Recensioni e approfondimenti a tema

Oltre i pantaloni rosa

delia vaccarello, l’Unità,  liberi tutti,  4 dicembre 2013

Teresa Manes pesa le parole, si sofferma su ciascuna, la riempie. Leggendo il suo libro si ha la sensazione che  le parole  siano servite da scala e che gradino dopo gradino lei sia riuscita ad affiorare dagli abissi del dolore restando a galla. “Un dolore che mi ha portato a tanto così dalla pazzia” scrive in “Oltre il pantalone rosa” (edizioni Graus): un libro per rivedere con gli occhi della scrittura Andrea, il figlio che dal 20 novembre del 2012 non c’è più. Andrea che si è tolto la vita. Il libro è stato presentato al Gay center a Roma e da giornalista ho chiesto scusa a Teresa e a Tiziano, il papà, per il modo in cui i media hanno raccontato la vicenda, avvitandosi sull’opposizione “era gay” “non era gay”. I media si sono lasciati intrappolare dal pregiudizio che associa qualunque particolarità relativa al ruolo di genere all’identità omosessuale. Così i pantaloni rosa prediletti da Andrea, le unghie dipinte, la parrucca con cui lo si vede ritratto in una foto che gira nel web, sono stati per i coetanei pretesto per deriderlo (“sei una femminuccia quindi frocio”) e per i media motivo per liquidare una vicenda delicata che richiedeva preparazione e non ignoranza. Nei corsi di formazione contro i pregiudizi che sto svolgendo presso le scuole di giornalismo (nell’ambito di un progetto del Consiglio di Europa) analizzo con gli studenti la babele di messaggi veicolati dai media a proposito di Andrea, confusione solo in rari casi assente in articoli buoni a restituire ai lettori il mistero e l’indefinitezza della identità del quindicenne. La particolarità di Andrea è diventata per i coetanei motivo di derisione, pretesto per allusioni pesanti a una sessualità sregolata . Il bullismo è servito anche per esorcizzare l’inquietudine che ancora oggi suscita chi non si adegua alle aspettative altrui. E i media, bisognosi di definire se fosse gay o meno, non si sono dimostrati all’altezza. Non sappiamo chi fosse Andrea, è certo però che la sua libertà di vivere e di esprimersi è stata vilipesa. Volendo azzardare qualche ipotesi, possiamo pensare che sarebbe diventato come Ed Wood, il regista che amava indossare sul set pullover di angora femminili. Ma Andrea aveva 15 anni e una notevole sensibilità. E in questo mondo troppo cieco si è ammalato di disperazione. Prima, però, ha cercato di superare forse anche  celando ai familiari il suo dolore. “Era il chiacchierone della casa …Dopo di lui invece il silenzio…Gli dicevo sempre: «Passi tu e passa il vento!”, scrive la madre. “Non avevamo motivo di stare in “campana”, Andrea in casa vestiva la maschera dell’allegria”. “E la sua voce, quella da sola bastava a fare chiasso in casa. Se era stato selezionato per far parte del Coro dei Pueri Cantores della Cappella Sistina una ragione ci sarà stata”. Andrea era gentile: “Colto senza essere saccente, durante le conversazioni agiva con rispetto ed educazione, chiudendole quando si accorgeva che non potevano esser sostenute dagli altri interlocutori”. Educato e rispettoso, regalava a tutti un sorriso, cedeva agli anziani il posto sul bus. Andrea divorava i libri, ne aveva cura come oggetti di culto. Andrea aveva già provato ad andare via: un amico racconta di “essere a conoscenza di un primo tentativo di suicidio, fatto dalle scale… con una cinta”.

 

Lesbiche  che superano il  cancro

delia vaccsrello,  l’Unità,   11 lsttembre  2013

Le amiche e le ex amanti le danno compagnia, cura, buon umore, fiducia, sostegno. Cosa succede quando durante un controllo vien fuori il sospetto di un cancro al seno? Chi hai accanto lungo il duro percorso verso la guarigione? Se sei lesbica come Alice, la “famiglia alternativa” può accompagnarti nelle fasi che vanno dalla diagnosi all’intervento, alla chemio, alla radio, alla riabilitazione. Se come Alice riesci a prendere l’onda per il verso giusto al tuo fianco puoi trovare la capacità di sorridere. Superata la malattia, Alice ha il compito di rispondere a chi le ha chiesto di narrare la sua storia con un tocco di umorismo. Grazie a due mamme, Isabel Franc scrittrice nota anche come Lola Van Guardia e la disegnatrice Susanna Martin entrambe di Barcellona, nasce il graphic novel “Alice nel mondo reale” pubblicata in Italia da Panini. E’ la storia di un viaggio da cui si fa ritorno non senza una punta di orgoglio. A fare la diagnosi è l’amica ginecologa, mentre il chirurgo dice col giusto tono: “Soffri di una malattia che prima era mortale, perderai un anno di vita, mettiti una parrucca”. Alice ascolta ed è sola, non perché le amiche non ci siano, ma perché quelle parole arrivano dritte dentro, in un luogo profondo e oscuro. Ed è da lì che chiami a raccolta tutta la forza del mondo. Subito dopo Alice firma il testamento biologico, affida il gatto viziato e adorato a una amica, comunica via mail numero di stanza, cibi, libri, musiche desiderate. L’immagine che descrive la vigilia dell’operazione è una zoommata sulla sua casa. C’è buio, lei non si vede e neanche il gatto, in bianco e nero le frasi di incoraggiamento delle amiche: “Vedrai che andrà alla grande”, “ti siamo vicine”, “forza che 6 una roccia”, “ti vogliamo un sacco di bene”. Un’immagine perfetta: alla vigilia la casa è già deserta anche se Alice c’è, l’indomani sarà un salto nel vuoto. Mai come in questo momento le voci amiche sono ossigeno. In ospedale arrivano tutte, la coccolano, la seguono nel “dopo”. E’ con lei una amica quando Alice incontra la dottoressa “mefistofelica” che sadicamente dice: “8 chemio e 30 sedute di radio, senza sconti signorina, qui la dottoressa sono io”. Anche se il percorso è duro ci sono alcuni medici (non tutti per fortuna) che non lesinano pillole di crudeltà, quando invece accoglienza e ascolto sono essenziali per ridurre l’angoscia. Alice cerca strade alternative, poi decide per la chemio, perde i capelli e l’amica parrucchiera l’aiuterà ad acconciare la parrucca per lei, oscilla tra fragilità e forza, le altre non la lasciano un week end da sola, l’esperta in agopuntura le permette un pianto liberatorio.

Vignetta dopo vignetta chi legge sorride con lei quando fuma marijuana, “beve” romanzi con l’ago della chemio al braccio, finché debolissima ma vittoriosa scappa dal nugolo di amiche, fidanzate, ex amanti che a starle intorno ci hanno preso gusto. Da sola si guarda allo specchio per scegliere la propria strada: Alice decide di non ricostruire il seno, fa un tatuaggio sulla cicatrice perché vuole che spicchi ciò che ha e non cosa le manca. Si sperimenta nell’amore e nella sessualità con alterne fortune e fornisce alle lettrici qualche consiglio a riguardo. Le amiche sono al centro: “Avevamo anche pensato di scrivere una storia etero, ma sarebbe stata lontana da noi. Per Alice, come per molte lesbiche, è più forte la “famiglia alternativa” ed è su questo che abbiamo voluto riflettere”, dice Isabel Franc. Il graphic novel è trascinante, dal prologo in poi non riesci a staccarti. Il tratto di Susanna Martin – essenziale, espressivo, morbido -, e le parole di Isabel Franc non “riducono” mai il peso della storia ma sanno dosare al meglio ironia e umorismo: “Nella malattia ti colpiscono il dolore, l’impotenza, la paura della morte che, ovviamente, è presente. Abbiamo tentato di togliere il senso del dramma, così quando Alice decide di suicidarsi le amiche non la prendono sul serio”. Il libro è rivolto a tutti: “Molte donne etero e i loro compagni si sono ritrovati. Da sempre le persone omosessuali si sono dovute identificare con i personaggi etero. Alice dimostra che è possibile il contrario”. Nell’ultima immagine è sola. “È una fine simbolica – conclude Isabel Franc (http://isabelfranc.blogspot.com/ – Un’esperienza come questa è superata grazie alle persone intorno ma, soprattutto, con la forza interiore, così Alice finisce sola di fronte al mondo, mezza nuda e piena di energia. ” Ai Caraibi, sulla spiaggia, sotto una palma Alice dice a se stessa una frase “chiave”: “Me lo sono meritato”. 

Rodrigo Paoletti

Rodrigo Paoletti (Photo credit: fore

Dire sono gay a coniuge e figli

delia vaccarello,l’Unità, liberi tutti, 28 agoto 2013

  • Il ragazzo o la ragazza che oggi si fanno schiacciare dall’omofobia che adulti saranno domani? Se intorno a te l’omosessualità è stigmatizzata e non trovi la forza di considerarla una “opzione possibile” che futuro avrai? “Da adolescente essere gay per me era impensabile, io ero un bravo ragazzo. Mio padre a tavola diceva: se avessi avuto un figlio finocchio lo avrei cacciato a calci fuori di casa. Quelle parole avevano su di me l’effetto di un anestetico, seppellivo le mie pulsioni e tutta la mia vita veniva pilotata dalla parte razionale, volevo compiacere i miei genitori e allinearmi a un certo tipo di educazione religiosa”. Ma non può funzionare. “Ho iniziato a soffrire di malattie psicosomatiche, di colon irritabile, finchè non ho avuto una depressione. Avevo tagliato tutti i miei istinti. Da adolescente ero attratto dai coetanei, alcuni uomini mi suscitavano forti emozioni, ma io cancellavo tutto”. A parlare è Fabrizio Paoletti, co-presidente della Rete Genitori Rainbow (RGR) che riunisce adulti gay, lesbiche, bisessuali e trans con figli da relazioni etero. Ed è con la sua testimonianza che “liberi tutti” prosegue il viaggio dentro le difficoltà del “coming out” dopo il suicidio del 14enne romano gay vittima dello stigma. “Quando stavo male sentivo di voler andare da uno psicologo, ma non mi dedicevo perché sapevo che avrei detto a me stesso “io amo i maschi” – continua Paoletti -. Il mio tentativo di conformarmi alla maggioranza è fallito grazie a mia moglie. Lei si è innamorata di un altro forse a causa delle tensioni che io vivevo ”. La separazione fornisce a Paoletti la libertà di scoprire davvero chi è. Grande peso ha avuto nella sua vita, come in quella degli altri adulti “rainbow”, il desiderio di essere genitore, Paoletti ha una figlia nata nei primi anni del matrimonio che oggi frequenta il liceo scientifico. Di fatto, se soltanto tardi ti dai la possibilità di vivere la parte fino a quel momento tenuta “in ombra” devi fare i conti con il progetto realizzato “alla luce del sole” e con gli impegni presi. Le storie sono tante: “c’è la donna con due figli adolescenti che da giovane ha fatto di tutto per adeguarsi ai desideri della madre, nello studio e nelle amicizie, arrivando a riempire la chiesa di fiori rosa il giorno delle nozze perché è il colore preferito dalla genitrice. Finché non conosce una lesbica e si rende conto che si può vivere bene anche amando una donna”. C’è la 35enne sposata con figli che viene tradita dal marito e si scopre omosessuale: “Se l’altro coniuge rompe il modello familiare tradizionale può liberarti dagli obblighi, permettendoti di svelarti in primo luogo a te stesso”, commenta Paoletti. Ancora, c’è la quarantenne con figli sposata a una sorta di “padre padrone” del quale teme le reazioni se venisse a sapere del suo lesbismo: “Sono succube di mio marito, ho paura della sua violenza” ha detto ed è stata accompagnata presso un centro donna. Ci sono i padri svalutati perché gay: “Un nostro associato dopo la separazione ottiene la sentenza per l’affido condiviso. La moglie lo scredita agli occhi della figlia, “tuo padre è un finocchio, è un…”. La figlia crescendo non vuole più vederlo”. La reazione frequente del coniuge è: “mi hai mentito”. “Tu lo sapevi, mi hai rovinato, mi trovo da sola con due figli, la mia vita è finita, dicono molte mogli” aggiunge Paoletti. “Una strategia è quella di mettere i figli contro il coniuge arrivando allo stalking. Una donna piemontese ha tentato il suicidio e dopo ha rivelato a tutti con insulti che il marito è gay”. Spesso è messa in atto nei casi di un genitore trans. Se la realtà più frequente vede padre o madre iniziare relazioni extraconiugali “in forma sperimentale” per poi lasciare crescere il legame e prendere atto che la vita in famiglia è una recita, non mancano le situazioni di stallo. “Parecchi coniugi dicono: “viviti le storie omosessuali, basta che restiamo insieme”, ma non può durare all’infinito”, considera Paoletti. A volte il coraggio di svelarsi non si trova mai. In tempi di crisi l’aspetto economico pesa di più: “Un uomo si separa dalla compagna ma la mantiene e provvede alle necessità del figlio, così le aggressioni verbali rientrano”. Possibili i casi di coniugi separati ciascuno con una propria vita sentimentale che mantengono rapporti sereni anche dettati da una intesa costruita nel tempo. E i figli? I genitori temono di perdere stima e amore, ma spesso il legame tiene. Quando sono piccoli alla notizia possono chiedere: “Ho capito, sei gay, continuiamo a giocare?”.

haring out

Coming out, missione impossibile?

delia vaccarello, l'<unità, liberi tutti,   14 agosto 2013

Dire “sono lesbica, sono gay”, resta per gli adolescenti omosessuali l’impresa più difficile. Dirlo agli amici, ai compagni di scuola, ai genitori. E può non bastare. Alla dichiarazione fanno seguito spesso conseguenze non calcolate. L’ultima tragedia accaduta a Roma, che ha visto un quattordicenne gay togliersi la vita per la non accoglienza intorno a sé impone il tema del coming out. Ci sono le reazioni estreme: i giovani vengono cacciati di casa o si sentono dire “meglio malato che gay”, afferma Angela Infante, counselor, consulente familiare e formatrice degli operatori della Gay help line 800713713, il numero verde che riceve migliaia di segnalazioni al mese . Spesso a un silenzio iniziale si allacciano mesi di sotterranee o palesi negoziazioni. “Per un po’ i genitori tacciono o la prendono alla larga. Chiedono: sei sicura o sicuro che non si tratti di un sentimento passeggero? Non è possibile che sia solo una fase? Forse è meglio che parliamo con un esperto. Diventa evidente che dietro il tatticismo c’è il rifiuto del genitore”, continua Infante. Tra l’ascolto e l’accettazione può esserci un abisso. Per formare gli operatori occorre evitare che proiettino su coloro che si rivolgono al numero verde le loro personali esperienze. Angela Infante inizia da una domanda: “Chiedo ai futuri operatori di raccontarmi il loro coming out. Quasi tutti mi parlano di ostacoli e tensioni in famiglia”. E’ necessario scegliere il momento giusto per dirlo. La rivelazione che arriva alla fine di un litigio può essere rovinosa. “Il ragazzo e la ragazza che in un momento di forte conflitto perdono la testa e urlano la propria omosessualità rischiano”. Anche se non c’è un’aggressione palese e violenta, il “coro” di voci di sottofondo spinge l’adolescente omosessuale a vivere braccato. “A tutt’oggi mi continuano ad arrivare richieste di aiuto di giovani lesbiche, gay, bisessuali e trans schiacciati dal peso del pregiudizio e dello stigma. Spesso isolati. Molti di loro mi raccontano della difficoltà di essere autentici con i loro amici o compagni di classe, di avere il terrore di essere rifiutati dai loro genitori, di subire discriminazioni, pressioni psicologiche , derisioni, umiliazioni. Dicono di sentirsi soli e isolati ancor prima di riuscire a fare coming out”, afferma Claudio Cappotto, psicoterapeuta, coordinatore delle attività psicologiche dell’associazione Agedo Palermo. “La scuola è il luogo principale nel quale questi disagi e violenze vengono prodotti, promossi e legittimati. Quando entro nelle scuole per fare attività di sensibilizzazione e prevenzione dell’omofobia, mi succede di ascoltare nei corridoi o nelle classi espressioni del tipo: “manco uno normale, tutti froci “, “mi.. femmine complete sono questi”, ” ragazze ma a voi piacciono sti pezzi ‘i froci?”, ” ma sei gay?”, il tutto condito con un sorrisetto compiaciuto di qualche docente. Decido di non lasciare cadere la cosa, dico agli studenti che forse quel ragazzo romano gay che si è buttato dal terzo piano o quella ragazza lesbica che mi ha scritto dicendomi di volerla fare finita hanno in comune il fatto di avere ascoltato per tutta la loro vita frasi come quelle che loro hanno appena pronunciato. Non solo, dico che se proprio in quel momento una ragazza lesbica e un ragazzo gay stanno cercando di capire la propria affettività, con quegli atteggiamenti e con quelle parole non solo non li aiutiamo ma li feriamo profondamente”. Che fare? “ I Pride, gli interventi formativi ed educativi, le politiche sociali hanno senso solo se sono un ‘aggiunta allo strumento educativo e di trasformazione più dirompente e cioè alle nostre relazioni quotidiane. Ogni volta che lasciamo cadere un’espressione, un gesto, un atteggiamento sessista e omo-trans fobico stiamo legittimando quel sistema culturale che li ha prodotti e riprodotti”, conclude Cappotto. E Angela Infante: “Dobbiamo parlare del coming out in forma strutturale. Non è questione né di legge né di emergenza. Manca il dialogo genitori-figli, i genitori sono diventati i cosiddetti migliori amici dei figli e questo vanifica il loro ruolo”. Sfugge infatti che le famiglie, quando va bene, tendono a “tollerare” l’eccezione del figlio o della figlia gay, laddove se tra parenti c’è una persona omosessuale o trans tutto il nucleo è in trasformazione. Conclude Infante: “Ci sono modalità precise per affrontare e sostenere un percorso di accoglienza. Ma la famiglia oggi è complementare sprovveduta”.

Si discute  in Parlamento642286716

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 24 luglio 2o13

Il disegno di legge anti-omofobia, primi firmatari Scalfarotto (Pd) e Leone (Pdl), arriverà in aula venerdì prossimo grazie a una corsa contro il tempo: una parte del Pdl aveva sbarrato la strada e, pur con un “nodo da sciogliere”, il testo è stato approvato in commissione il 22 sera. Diversamente, la calendarizzazione sarebbe slittata anche a settembre, con i riflettori ormai puntati sul testo. Ma qual è oggi la posta in ballo? Il valore simbolico riconosciuto a omosessuali e trans. Chi si dice contro teme che “il divieto di odiare” significhi un “invito ad amare”. Ma c’è una terza via: ed è il rispetto.

Sono decenni che si parla della estensione della cosiddetta legge Mancino alle aggressioni a motivo di orientamento sessuale e di identità di genere. La Mancino inasprisce le pene se le violenze scattano per motivi etnici o religiosi. Il disegno di legge in questione ne cambia il nome che diventa: Norme urgenti in materia di discriminazione etnica, razziale, religiosa o fondata sull’omofobia o transfobia”. Perché lo stop di parte del Pdl? Motivo politico: sottolineare il proprio peso dentro il governo. Motivo ideologico: sostenere che sarebbe un bavaglio al libero pensiero. “Un conto è non essere d’accordo, un altro istigare all’odio” osserva Scalfarotto. Insomma, chi sostiene ed esprime la superiorità del modello eterosessuale senza istigare all’odio non sarà “perseguibile per legge”. “Dobbiamo tenere insieme due valori: la libertà di pensiero e la libertà dei cittadini omosessuali e trans di vivere senza essere offesi. La prima è tutelata dalla legge, la seconda no”. Cosa cambia se la legge passa? Oggi, per esempio, è reato esibire allo stadio lo striscione “neri ai forni”, approvata la legge sarà reato scrivere “gay ai forni”. E’ indubbio che la normativa spingerebbe il paese a fare un salto culturale: una volta scritta sulla gazzetta ufficiale dirà esplicitamente che le istituzioni italiane ripudiano tutte le forme di odio inclusa omofobia e transfobia. Promuoverà in maniera esplicita il rispetto di tutti gli orientamenti sessuali. Dirà che i gay non sono “inferiori” così come non lo sono i neri. Sosterrà la convivenza riconoscendo la parità di valore di ogni cittadino anche gay. Contrastando l’ostilità diventerà un simbolo del riconoscimento della dignità di omosessuali e trans. E’ questo il punto che la rende necessaria al movimento lgbt e sgradita a chi ritiene la superiorità del “modello etero”. Ma tra odio e amore, è civile scegliere il rispetto. Toccante la presa di posizione dei credenti omosessuali de “Il guado”, che hanno ricordato il suicidio del giovane Matteo a Torino anni fa: con una legge così, ogni adolescente deriso sentirebbe che lo Stato è dalla sua parte. In queste ore le associazioni (Agedo, Arcigay, ArciLesbica, Associazione Radicale Certi Diritti, Famiglie Arcobaleno, Equality Italia, Mit – Movimento Identità Transessuale) si sono rivolte alla presidente Boldrini chiedendo di “sventare i rinvii” . E “il nodo da sciogliere”? “Non è passata l’estensione dell’articolo 3 della legge Mancino, non c’è un’aggravante per i reati già previsti dal codice penale. Dovevamo agire in fretta, quando il governo mette la fiducia, cosa che è avvenuta, il parlamento non può più riunirsi neanche in commissione per 24 ore. Per la discussione in aula sono necessari i pareri di altre tre commissioni, se il testo non veniva approvato martedì sera non ci sarebbe stato il tempo. Proporremo in aula un emendamento per l’estensione dell’articolo 3”, aggiunge Scalfarotto. Senza emendamento Sel non voterà la legge: “Per portare il testo in aula lo abbiamo approvato monco, ma non siamo d’accordo. Si parla di questa legge da almeno tre legislature, o la facciamo bene o non si fa. Il pd si è impegnato a votare l’emendamento per introdurre le aggravanti”, dice Alessandro Zan, deputato Sel, il “padre” dei pacs alla padovana. E i grillini? Lasciano intendere che se il Pd avesse fatto la legge con loro sarebbe stata migliore. Quindi, Scelta Civica e Pdl sono divisi, parte dei grillini potrebbe fare prove tecniche di maggioranza alternativa, astenersi o farla passare alla Camera e non al Senato. In aula “potrebbero alzarsi i soliti muri”, dice Zan. Intanto domani la “Manif pour tous” sbarca dinanzi a Montecitorio. La sezione italiana dell’associazione contraria alle nozze gay in Francia farà una veglia dalle 19 alle 21. Candele in mano e bavaglio alla bocca, manifesteranno contro le tentazioni di “spegnere la propria coscienza”. “Gli estremisti? Ci sono sempre stati”, commenta Scalfarotto. 

La vie d’Adèle  vince la palma d’oro a Cannes

tra stereotipi e no, la storia di un’adolescente che si scopre lesbica le bleu est une couleur chaude sabine lauret bibliobleu blog livreimages

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 26 giugno 2013

Quanto dista Cannes da Roma? E quanto è difficile non scivolare nello stereotipo pur avendo creato un personaggio vitale? La cinepresa marca stretta i volti. Occhi, capelli e soprattutto bocca della protagonista sono quasi sempre in primo piano. Serve a tratteggiare il carattere, ma a volte toglie il respiro. Adéle de “la vie d’Adèle”, film del franco tunisino Abdellatif Kechiche che ha vinto a Cannes (premiate anche le due interpreti principali) e ha riempito per un giorno il Quattro fontane a Roma, è una ragazza fresca, sensuale, autentica nella sua ricerca dell’amore. Si chiama Adele anche nella vita, cognome Exarchopoulos, 19 anni, quasi esordiente. Nel film è un’adolescente affamata: mangia con gusto gli spaghetti al sugo cucinati dalla madre e ne chiede ancora, in barba a qualunque convenzione che impone alle ragazze restrizioni dietetiche. Gli spaghetti tanto assaporati diventano emblema, per il regista di Cous cous, di una ricerca ad ampio spettro del cibo amoroso. Ma il personaggio di Adèle convince fino a un certo punto. Fino al punto in cui l’amore – che è sempre giovane – la coglie prima sofferente e aggredita dalle scandalizzate compagne di scuola perché “non conforme” , poi sorpresa e fiduciosa. Nelle ultime scene invece, ventenne, ha perso forza, appare “confezionata”, fuori fuoco. Di lei vediamo non lo sguardo in avanti, ma le spalle. La partner Emma (Lea Seydoux, 27 anni, nota a livello internazionale e comparsa anche in Midnight in Paris di W.Allen), è stereotipata anche da studentessa: pittrice, mascolina, habituè di locali, non priva dei vezzi di certi ambienti raccontati dal regista a colpi di clichè (circuiti rigidamente separati, prima lesbo, poi di artisti, ambizioni da primedonne). Adèle resta per buona parte del film colei che può sorprendere gli spettatori. In questo il regista ha attinto allo spirito dell’opera di origine e cioè la graphic novel di una giovane donna lesbica e femminista realizzata nell’estate dei suoi 19 anni dopo la perdita di un amore. Titolo: Le bleu est une couleur chaude. Blu come i capelli di Emma. “Ho scritto il libro per raggiungere chi non ha mai un dubbio, chi si fa idee false senza conoscere, chi ci odia”, dice l’autriceJulie Maroh.Colpita dall’enorme impatto del film, si dice “attraversata da un sentimento indescrivibile” e impegnata a riflettere, scrive sul blog, “sulla capacità dell’artista di veicolare messaggi sull’Amore e sulla vita”. E’ fresca Maroh, come l’Adèle del suo fumetto. E mentre giudica l’adattamento “niente male”, sottolinea ciò che non le piace premettendo con onestà: “Sarei stupida se rifiutassi l’opera solo perché differisce dalla mia visione”. Ad esempio: perché nelle lunghe scene di amore le due donne si danno più volte schiaffi sul sedere? Mistero, “se se ne parla tanto (in Francia, ndr) è a causa del partito preso di Kechiche”. In particolare sulle scene di sesso Maroh dice: “Non conosco le fonti di informazione del realizzatore e delle attrici (che fino a prova contraria sono etero), e io non sono stata consultata. Forse qualcuno ha imitato in modo imbarazzante la possibile posizione delle loro mani e/o mostrato loro del porno di cosiddette “lesbiche”. Perché, a parte qualche passaggio, è questo che mi fa venire in mente: un’esposizione brutale e chirurgica, eccessiva e fredda, del cosiddetto sesso lesbico che diventa porno e mi fa star male. Soprattutto quando, nel mezzo di una sala cinematografica, tutti ridevano. Gli eteronormativi ridevano perché non capivano e trovavano la scena ridicola. I gay e i queer ridevano perché non era convincente e trovavano la scena ridicola. E tra le poche persone che non abbiamo sentito ridere vi erano ragazzi potenzialmente impegnati a riempirsi gli occhi delle loro fantasie”. Ancora, Maroh ritiene che Kechiche abbia ceduto alla tendenza di “sacralizzare” l’orgasmo femminile, cosa che ritiene “pericolosa”.

Ma quanto dista Roma da Cannes? In sala al Quattro Fontane quasi nessuno “rideva”, anche se non pochi all’uscita del film definivano le sequenze perfino noiose. Non è mancata, tra le donne soprattutto, chi ne ha apprezzato la carica emotiva e sensuale. Forse è la pressoché assenza di immagini di sesso lesbo sul grande schermo che influisce? Per dirla con Maroh, il troppo poco cui siamo avvezzi ci trasforma in “adolescenti” che inseguono personalissime fantasie? Le scene appaiono a tratti lunghe e forzate, a tratti piacevoli. Rivolta allo sguardo maschile è invece la bocca della protagonista, costantemente aperta, con evidente ammiccamento all’uso.

Quella lunga storia d’amore tra Anna e Dorothy

English: Sigmund and his daughter Anna Freud N...

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 5 giugno 2013

In una casa londinese una donna anziana molto famosa trascorre le sue giornate lottando con le forze che a poco a poco l’abbandonano. A riempire di “presente” le sue stanze  saranno due ventenni con il loro  carico di rabbie, dolori, segreti. Hanno bisogno di lei per trovarsi. Ad aiutarle sarà anche un’immagine. “A circa metà della sequenza scura di scaffali, troneggia una foto di Anna e Dorothy, ormai visibilmente anziane, entrambe vestite di chiaro e con un buffo cappello in testa”. Sono  Anna Freud e la sua amica. Narrando gli ultimi giorni di vita della celebre figlia del padre della psicanalisi, Roberta Calandra nel suo romanzo “L’eredità di Anna Freud” (ed.Controluce) indaga la relazione di oltre mezzo secolo che la unì ad una  donna e legge in questo rapporto un lascito, un messaggio per le nuove generazioni che  ognuna raccoglie a modo proprio come segnala il successo a Cannes del film “La vie d’Adele”.

 “Un giorno mi è capitato in mano un link ad un assurdo pamphlet che parlava delle “dieci lesbiche che hanno cambiato il mondo” e mischiava grossolanamente Cristina di Svezia, Maria Antonietta e Anna Freud. Sapere  che Anna ha vissuto 54 anni con la sua migliore amica e che accanto a lei ha  voluto essere sepolta mi ha toccato: il padre di tutte le nostre presunte idee di normalità e anormalità aveva una figlia che viveva comunque in una situazione così particolare? Mi sono documentata e ho scoperto questa storia che ha risvolti commoventi e sorprendenti”, dice l’autrice. Il libro ripercorre la vita relazionale di  Anna Freud, e lo fa attraverso il personaggio di una giovane studentessa di psicologia, Judith, tendente all’autolesionismo, a vivere l’amore come un assoluto, alla distruttività ma che con lucida determinazione vuole “salvarsi” e strappare ad Anna confidenze e racconti. Introducendosi con  maniacale voracità nella  vita di Anna, la studentessa altera l’equilibrio un po’ sonnolento che si era creato tra la psicoanalista e la giovane badante Sarah. Veniamo a sapere così che Sigmund Freud sostenne la relazione tra la figlia e Dorothy, arrivando a dire di Anna  che con Dottie si era “sistemata”. Ancora: “Ho scoperto che Freud faceva trattenere a Budapest in analisi da Ferenczi Robert, il marito pazzo di Dorothy poi morto suicida, per lasciare tranquilla sua figlia e l’amica”, aggiunge Calandra. Eppure Anna Freud considerava “anormale” l’omosessualità: “Anna non era tenera con gli omosessuali e non voleva essere confusa con loro, io però credo, come cito in un passo, che ne disprezzava soprattutto il vittimismo e l’autocommiserazione. Ma la sua amicizia con Dottie, la gelosia verso l’unico tentativo di un interesse al maschile, la richiesta di condivisione di un’urna mi fanno pensare all’amore, forse sì asessuato, perché una delle chiavi di Anna mi appare la sublimazione”. Il romanzo (sarà presentato oggi a Roma alle 19.30 alla Libreria del cinema in Trastevere) si muove tra realtà e finzione, ma resta fedele alla biografia di Anna, della quale Calandra ha già scritto traendone il monologo “Anna Freud, un desiderio insaziabile di vacanze” insignito del premio europeo Tragos. “Se per la storia di Anna mi rifaccio alle fonti, Judith e Sara sono nate come  contrappunto al tema del padre: Anna è stata molto dipendente da Sigmund Freud, Sarah ha un padre stupratore e Judith uno suicida: queste tre figlie dove si fanno ombra, dove si rispecchiano? Mi piaceva suggerire che se Anna avesse avuto l’età di Judith negli anni 80 sarebbe stata simile a lei. E anche che una qualsiasi Judith può applicarsi e diventare Anna Freud”, aggiunge l’autrice. Il libro calamita dentro camere segrete: nella biblioteca e nello studio di Freud i misteri delle due giovani donne affiorano e spingono all’azione. Judith e Sarah, prima acerrime rivali si espongono a un contatto con le proprie parti oscure che trasformerà il loro rapporto. L’autrice riesce a farcele “vedere”  grazie a un uso felice dei dialoghi che offre a chi legge l’illusione di stare insieme a loro.  Passando  al monologo, Roberta Calandra sa restituire la voce interiore di ciascuna, nonché il carattere forte e insieme debole, per l’età, la malattia, le fragilità di sempre, di Anna Freud. C’è in questa tensione sapientemente resa un desiderio profondo dell’autrice: “E’ prima di tutto una storia di maestro e discepolo ma declinata al femminile. Queste dimensioni vengono sempre descritte tra uomini. A me le professoresse che amavo hanno quasi salvato la vita”.

Priscilla, un musical per contrastare i pregiudizi in allegria

Lo spettacolo prende spunto dal film su  due drag queens e una persona  transessuale  entusiasmando platee di ogni genere ed età

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti,  5 aprile 2013
DSCN6595 - Copiafoto a.macchi

ALL’INDOMANI DELLO SPETTACOLO IMPROVVISATO IN UN NIGHT FUORI MANO, IN CUI  TUTTI SEMBRAVANO ALLEGRI E PARTECIPI, C’È UNA SCRITTA TREMENDA: «froci di merda». Gli uomini si divertonocon le drag queen ma «solo fino all’alba» fa notare Bernadette a Mitzi, che ferita confida: «fa sempre male». «Se dobbiamo morire nel deserto almeno non voglio vederla» dice Felicia. I tre coprono la frase con «strisce di luce» disegnando cuoricini rosa e un sole che nasce, mentre ballerini con deliziosi costumi a forma di pennello danzano intorno al bus e in sala scrosciano gli applausi. È una delle scene più trascinanti del musical Priscilla (al Brancaccio di Roma fino al 21 aprile e poi dal 10 maggio al teatro Rossetti di Trieste). Notevole il successo di pubblico visto il pienone di ogni sera e gli affezionati   che tornano anche una decina di volte. Non è facile realizzare un musical da un film, tanto più che la pellicola  omonima Le avventure di Priscilla la ,regina del deserto di Stephan Elliott ha vinto un Oscar e il Grand Prix Du Public a Cannes. Mal’impresa è riuscitaal meglio e travolge gli spettatori che a fine serata si ritrovano a ballare nella hall del Brancaccio al ritmo delle 25 intramontabili hit della colonna sonora tra le quali spiccano IWillSurvive,I Say A Little Prayer, Don’t Leave  èMeThisWay. La trama: Felicia (Mirko Ranù) e Mitzi (Antonello Angiolillo), due drag queen, cioè due uomini gay che si esibiscono vestiti da donna, viaggiano insieme alla transessuale Bernadette nel deserto australiano sul bus chiamato «Priscilla» per andare a esibirsi in un Casino di Alice Springs. Il locale è gestito dalla ex moglie di Mitzi che desidera il ritorno del marito anche per favorire l’incontro con il figlioletto di 8 anni. Il messaggio, che invita a contrastare l’omofobia e ad accogliere qualsiasi orientamento sessuale e identità di genere, arriva forte e chiaro a un pubblico eterogeneo per età e tendenze. «Non è vero che il pubblico italiano non è pronto» dice Simone Leonardi, performer romano nel ruolo di Bernadette, in grado di mantenersi magistralmente all’altezza del personaggio cinematografico interpretato da Terence Stamp. «Dipende dalla formula che si sceglie, se ci si piange addosso non funziona. Il musical con l’ironia e la messa al bando di ogni forma di autocommiserazione è una ottima possibilità». In Bernadette c’è il nucleo del messaggio di Priscilla: trans, cinquantenne, elegante, sagace, sa rispondere all’offesa dell’omofobia con un inno all’amore, consola Felicia che viene quasi violentata in un paesino sperduto dell’Australia, riesce a farsi scivolare addosso insulti e abusi. Qual è il segreto della recitazione di Leonardi? «Ho seguito le indicazioni del mio maestro Vincenzo Cerami, sono stato infedele al personaggio, riuscendo a trovare la mia strada per dargli vita ». Bernadette troverà l’amore quasi al termine del viaggio, la danza che celebra l’unione con il meccanico Bob vede un nugolo di ballerini con costumi a forma di grandi torte dai colori pastello. Ancora, commovente l’incontro tra Mitzi e il figlio: il padre è tormentato dal timore che il piccolo possa rifiutarlo, ma al ragazzino non interessano i giudizi. Ciò che davvero conta è la relazione finalmente ritrovata con il genitore. Abbracciandosi e cantando Always On My Mind toccano il cuore degli spettatori. UN BUS DI SETTE METRI Per la regia di Simon Phillips, prodotto da Mas Music, Arts&Show, Priscillamusicaldebutta per la prima volta a Sidney nell’ottobre del 2006. Dopo Londra, Toronto e Broadway, ar   riva a Milano e Roma (info su http://www.priscillailmusical. it ) portando sul palco un bus di 7 tonnellate lungo oltre 7 metri completamente ricoperto di led colorati, protagonista insieme a una enorme scarpa glitterata, ai superbi effetti luce, alle scenografie. Intriganti le tre divas (sorta di angeli sexy), Valentina Ferrari, Loredana Fadda e Elena Nieri, che vengono calate dal soffitto e rappresentano l’anima autentica dei personaggi. Stupefacenti i costumi, contaminati da paillettes, piume, strascichi, applicazioni bizzarre e accompagnati da mirabolanti calzature. Mozzafiato le parrucche e i copricapo che, riecheggiando i Simpson, gli indiani d’America, sensuali cesti di frutta tropicale, immergono gli spettatori     nel mondo della favolosità.

A teatro con le Brugole

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 27 marzo 2013images (41)

Ridere dell’amore fa bene. La scena si apre con due donne che non si conoscono e che improvvisamente, scoppiando a piangere, rivelano di avere il cuore infranto perché sono state lasciate. Da quanto? Una da dieci anni e l’altra da due giorni, ma ad avere diritto alle lacrime è solo la seconda, per la prima restare single dopo tanti anni può essere solo una gran fortuna. Ancora: “La donna è come una matriosca, dentro una donna ce ne è un’ altra e un’altra ancora. Vuoi che almeno una di tutte queste donne non voglia venire a letto con me?”. Le etero sono facile bersaglio:“ Perché una donna è etero fino a prova contraria. Il problema è che spesso anche quando prova, resta comunque contraria”. In una sequenza pirotecnica di battute e sketch in cui di volta in volta l’una fa la spalla dell’altra Roberta De Stefano e Annagaia Marchioro, la prima calabrese la seconda veneta, regalano oltre un’ora di spassoso cabaret dissacrante dal titolo “Metafisica dell’amore”. Lo spettacolo, rappresentato venerdì scorso al teatro Groggia nel cuore di Venezia, ha vinto il Premio Scintille 2011 Asti Teatro, e da allora ha iniziato il suo tour, giungendo anche a Roma, dove è in cartellone alla sala Petrolini fino al 31 marzo. Le due mattatrici si sono date come nome “Le brugole”, cioè quegli attrezzi che servono per montare i mobili componibili, perché due donne lesbiche il giorno dopo la prima notte insieme vanno da Ikea per mettere su casa e litigano già per il colore delle pareti. Ad essere prese di mira sono tutte le relazioni, gay ed etero comprese, ma un’attenzione speciale è dedicata all’amore tra donne. In cerca di una storia ci sono la milanese, la psicopatica, l’artista, la fricchettona, con i loro tic, difese, miserie, supponenze. Tra i temi caldi non manca il coming out, diverso per regione. Se Annachiara, di origini venete, ad un parente che le chiede del fidanzato risponde che ha una compagna di Viareggio, e lo zio si stupisce non per il genere dell’amata ma per la provenienza toscana, lo svelamento di Roberta alla mamma calabrese è uno spicchio di tragicommedia esilarante. La genitrice meridionale è risoluta a negare ogni evidenza e ogni proclama, fino a svenire dinanzi alle frasi che non lasciano adito al più piccolo dubbio per rinvenire e poter continuare a vivere come se nulla le fosse stato detto. Insomma, cambiare tutto per non cambiare nulla. Le Brugole passano in rassegna i tanti luoghi dell’amore: la chat, ad esempio, nella quale i maschi gay sarebbero impegnati a comunicarsi le misure anatomiche, e le lesbiche invece a rivelarsi da quanto tempo si sono lasciate, tempo che non è mai abbastanza per dirsi ormai oltre l’elaborazione del lutto. La “ex” è figura complicata e complicante, anche se perennemente gelosa, è comunque sempre cercata, come un paradiso perduto a cui si anela di tornare col risultato di un eterno ripetersi di litigi e abbracci. C’è poi “il gufo”, quella che si apposta e fa gli agguati ad una coppia, insidiando ora l’una ora l’altra, fino a quando qualcosa sempre accade. Ancora, non si possono trascurare i segni zodiacali, punto di partenza di ogni approccio, che batte in successo qualsiasi altra più intelligente trovata. Per non parlare dell’sms inviato il giorno dopo il primo bacio e che da segno a segno cambia, regalandoci attraverso lo zodiaco una carrellata di caratteri, di biglietti da visita interiori che oggi si palesano attraverso mail e smartphone. Lo spettacolo, che ha come autrici Francesca Tacca e Giovanna Donini, è una sorte di cabaret televisivo. I messaggi sono semplici, ritmati ,fulminanti, non c’è una storia unica, ma tanti frammenti di una vicenda collettiva in cui tutti un po’ si riconoscono. La scenografia è ridotta all’osso, niente fondali, pannelli, costumi, solo due sgabelli e alle spalle un tendone. A evocare la realtà sono le due giovani attrici neanche trentenni che vengono dalla scuola teatro di Milano Paolo Grassi, capaci di trasformarsi e di tratteggiare con gesti, voci, mimiche, dialetti le caricature degli amanti moderni. Umorismo e ironia sono il loro registro, hanno deciso di ridere dell’amore un po’ perché “noi siamo così, ed è un approccio alla vita che ci viene naturale” dichiarano, ma anche perché il riso è accogliente e suscitare la risata è un modo più efficace di diffondere i messaggi.

 

Eva contro Eva  Bacio-tra-marinaie-615x315-615x254

La violenza tra lesbiche esiste

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 13 marzo 2013

Eva contro Eva? La violenza tra lesbiche esiste. Anche se solo in casi eccezionali arriva ad uccidere, va riconosciuta per offrire sostegno alle vittime . E’ di domenica mattina la notizia della tragedia avvenuta nel bresciano. I fatti: due donne avevano preso casa da meno di un anno  a Gussago, un centro di 17mila abitanti, dove non erano  conosciute se non dalla padrona di casa e da una vicina che ha dichiarato di aver sentito due mesi fa una lite. Venivano da lontano. Angela Toni, 35 anni, operaia in una fabbrica di materie plastiche, giungeva da Perugia, la sua compagna di un anno più piccola, Marilena Ciofalo, che aveva perso il lavoro di barista da qualche mese,  da Agrigento. Vivevano in una villetta a schiera ben tenuta, di quelle della provincia del Nord abitate da gente che lavora e provvede alle necessità quotidiane, senza tempo per molto altro. Il rapporto era diventato difficile. Sabato sera dopo un’altra lite, Marilena va a letto. Angela attende che si sia addormentata, le mette il cuscino in faccia, impugna la pistola e la uccide con due colpi alla testa. Poi trascorrono otto ore. E’ mattina quando chiama il 113: “Ho ucciso la mia donna”. Ieri, dopo una notte in cella, è stata ascoltata dagli inquirenti. A detta dell’avvocato è affaticata e in stato di choc, per cui si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Il movente resta da chiarire, annidato tra le dinamiche di coppia e lo scenario che la gelosia sa costruire anche dal nulla. Lo stress certamente non era lieve: un tessuto sociale non familiare, la perdita del lavoro, la solitudine e la probabile percezione di essere vissute come le “diverse”.   Angela Toni aveva l’arma, una beretta calibro 7,65 acquistata e denunciata il 5 marzo, detenuta per il tiro a volo. Meditava l’omicidio? Sarebbe assurdo sovrapporre la vicenda alle tante uccisioni di donne – una ogni tre giorni – che funestano il nostro paese. Per un semplice fatto, se c’è un precedente simile in Italia non lo si ricorda con immediatezza. Dobbiamo andare in America: due anni fa nel Massachusetts Eunice Campo di 54 anni confessò di aver ucciso la compagna, insegnante in pensione di 62. Anche il film  “Monster”, targato Usa, mette in scena una dinamica di amore e odio tra due donne, di cui una, la “più fedele” al sentimento, ha ucciso sette uomini.

Ma sarebbe altrettanto assurdo avvitarsi intorno all’idea che i rapporti tra donne sono una isola felice. Una ricerca condotta da Arcilesbica Roma dal titolo cinematografico “Eva contro Eva”, che da progetto locale è diventata indagine con il sostegno dell’università La Sapienza e dell’associazione nazionale, si concentra sugli abusi . Due i dati vistosi: la metà delle intervistate dichiara di temere le reazioni della propria partner, più dell’ottanta per cento dice che tra compagne si litiga. “Alla notizia dell’omicidio di Brescia ho provato amarezza, mi sono detta che bisognava esserci, e in quanto associazione diventare più raggiungibili – dichiara Ileana Aiese Cigliano, alla testa di Arcilesbica Roma – Parlare di violenza tra donne non è facile ma è doveroso, bisogna evitare la trappola mediatica tesa dal giornalismo morboso che strappa ai lettori il commento “ah ecco cosa fanno”. Si deve trovare il modo per comprendere a fondo. Tra i fattori di stress c’è ad esempio il mancato riconoscimento: in una coppia etero i ruoli sono istituzionali, tra lesbiche no, cosa che aumenta i timori del tradimento”. Oltre alla comprensione, l’intervento: “Ciò di cui dobbiamo occuparci è che una persona che si trova in una relazione abusante non abbia la doppia paura di affrontare un pronto soccorso o i carabinieri sentendosi sola tra le sole. Una donna lesbica deve dire due cose fondamentali di sé: di essere abusata e di essere lesbica. Il nostro compito è quello di dare la forza di denunciare e di riconoscere”. Il primo passo è la consapevolezza di subire un maltrattamento. “La ricerca “Eva contro Eva” sta mettendo in luce abusi psicologici dettati dalle dinamiche di coppia nonché, ad esempio, da posizioni economiche diverse o dall’assenza di coming out di una delle due. Il nostro primo obiettivo è quello di dare informazione: la violenza nella coppia lesbica esiste. Il secondo è indurre nelle vittime la domanda: sono una persona abusata? Il terzo è che si faccia la denuncia. Non sempre basta, ma è condizione essenziale per uscire dal tunnel”

Nelle scuole italiane i pregiudizi si abbattono con la cultura

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 6 marzo 2013

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Le ultime scritte risalgono alla settimana scorsa:  ingiurie pesanti ai danni dei gay spruzzate con le bombolette sui cancelli del liceo Socrate della  capitale. Agli inizi di febbraio invece le offese sono comparse sui muri del liceo Tacito: si riferivano a un compagno di scuola omosessuale dichiarato ed eletto  rappresentante d’Istituto. Insieme agli insulti,  l’invito a dimettersi. L’omofobia a scuola continua a mietere vittime. Ma c’è chi risponde non solo cancellando le offese ma anche realizzando  progetti tesi a creare confronto. Al liceo Tasso i ragazzi hanno deciso di invitare Timothy Kurek autore del libro-testimonianza “The Cross in the closet”. Kurek è un giovane “omofobo pentito” del Tennessee. Studente alla  Falwell Liberty University, ateneo evangelico, riceve un’educazione gravida di pregiudizi  nei confronti dei gay. Terminati gli studi, qualcosa comincia a cambiare. Frequenta un locale dove si fa karaoke, luogo di ritrovo anche per  gay e lesbiche. Una sera una ragazza di nome Elizabeth si confida  con lui piangendo, ha appena detto ai suoi di essere innamorata di una coetanea e la reazione è stata durissima: il padre l’ha  cacciata di casa rifiutandosi di continuare a pagare le rette per mantenere agli studi una “figlia lesbica”.  Kurek ascolta lo sfogo e vive un’esperienza traumatica: “Mi resi conto che odiavo Lizzy. Non perché fosse una cattiva persona, ma perché le piacevano le donne” (dal sito Salon, testimonianza pubblicata su http://www.gionata.org). Esplode un conflitto che lo manda in tilt: “La Bibbia ci dice di amare gli altri come noi stessi. Come poteva essere questa la voce di Gesù? E se questa voce non era di Gesù, di chi era?”. Decide di esplorare la situazione fino in fondo. L’idea è semplice, fingersi omosessuale: “Fare coming out come gay davanti alla mia famiglia, agli amici e alla Chiesa e vedere come  avrebbe influenzato la mia vita”. La realizzazione del progetto è difficilissima: “Negli ultimi tre mesi ho provato il mio discorso per il “coming out” non meno di cinquemila volte. Ma la paura ha cancellato la memoria. Nulla potrebbe prepararmi al momento in cui guarderò mio fratello Andrew negli occhi e gli dirò che sono gay”. Questa e tante altre prove sono racchiuse nel libro-verità di Kurek. Appena ha detto a voce alta “I’m gay” il suo mondo è andato in pezzi. Ne parlerà a Roma il 3 e il 4 maggio se i ragazzi del Tasso riusciranno a raccogliere i duemila euro necessari per pagare la  trasferta (gli studenti accettano donazioni attraverso il sito http://www.indiegogo.com/tim-in-rome). Anche a Venezia si combatte l’omofobia con la cultura. Gli allievi del liceo Benedetti grazie a un progetto proposto dal Comune hanno realizzato una video-inchiesta sul tema delle “forme di amore”  dal titolo: “Piazzale Roma 8.30. La giusta combinazione”  (vedibile a questo indirizzo: http://vimeo.com/55761822) . Sensibilizzati al tema, hanno intervistato coetanei, prof, operatori. Il video inizia con gli interrogativi sull’amore, poi passa alle sensazioni avvertite quando si vedono per strada due persone che si baciano: cosa si prova se sono etero o se sono gay? Gli studenti intervistati dai loro compagni si sentono pronti ad affrontare l’argomento: c’è chi parla di gioia vedendo due donne che si amano, chi di disagio, chi si appella a un concetto di natura legato alla riproduzione. Chi, invece, sente che esiste una natura di cui si discute poco o nulla, ed è la natura dei sentimenti. “Se l’amore omosessuale esiste vuol dire che è naturale”, dicono alcuni. I ragazzi affrontano tutti i temi, dalle unioni alla genitorialità, dall’innamoramento ai rapporti con la famiglia, non tralasciando diritti e rapporto con la religione. Le immagini dicono che è possibile parlare di omosessualità in modo sereno. Il video inserisce tra il girato alcune sequenze tratte dai Comizi d’amore di Pasolini. Il confronto tra ieri e oggi è sorprendente:  non tutte le testimonianze raccolte da Pasolini sembrano appartenere al passato. Le parole pronunciate in chiusura da Ungaretti che vanno all’unisono con l’atmosfera di libertà diffusa nel video appaiono di  un’epoca di là da venire: “Ogni uomo è in un certo sento in contrasto con la natura”, sostiene il poeta. Per il video il liceo Benedetti ha ricevuto la “Menzione speciale scuola” nell’ambito della terza edizione del  premio “Immagini amiche”.

A Sanremo non solo canzonette, anche diritti civili

delia vaccarello, l’Unità, 17 febbraio 2013

SEMBRA PASSATO UN SECOLO DA «LUCA ERA GAY»LA  CANZONE OMOFOBA DI POVIA  CHE CERCAVA  PERSINO DI RISPONDERE

alla  questione bigotta sulle cause della omosessualità puntando il dito contro l’amore eccessivo di una madre.Invece era solo il 2009 e vide Luca piazzarsi al secondo posto. Quattro anni dopo Ilpostino,amami uomo del giovane Renzo Rubino,pianista di Martina Franca, ottiene il premio della critica Mia Martini. Ha un impianto classico che piace, sembra riecheggiare con il suo «amami uomo» l’amami Alfredo  della Traviata. Cattura la platea. Il riferimentoall’Opera è  esplicito tant’ che alla prima  voce si accompagna quella di un cantante lirico. «Amami uomo con le mani da uomo/e toccami fiero/ con un soffio leggero» è piaciuta molto  È il segno non solo dei tempi ma anche di una edizione sanremese che ha indovinato il modo giusto per parlare di omosessualità. Niente a che vedere con la demenziale parodia dei «soliti idioti» che prendendo in giro i gay vanesi finirono lo scorso anno col dare l’avallo ai pregiudizi.

Quest’anno ad aprire il tema sono stati i due fidanzati pronti a sposarsi a New York che sono riusciti a raccontarsi mostrando al pubblico cartelli con frasi efficaci, poche parole,tante quante ne bastano a volte per narrare l’intensità di un legame. Poi è stata la grande Litizzetto, vera novità di questa edizione, a pronunciarsi con serietà. Nella serata del 14, in occasione di San Valentino, inizia  un monologo un po’ di maniera. Cita l’amore  che le donne profondono a maschi disordinati maldestri irrecuperabili, e poi affonda: «perché san Valentino è la festa dell’amore declinato in tutte le sue forme, la festa delle donne che amano le donne e degli uomini che amano gli uomini». E ancora: «Pensa che bello sarebbe vivere in un Paese dove tutti i  diritti fossero riconosciuti ma  non solo i diritti dei soldi, anche quelli dell’anima, quelli che mi dicono che posso vegliare la persona che ho amato per anni in un letto di ospedale                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                senza che nessuno mi cacci via perché non siamo parenti». E non è tutto: venerdì sera  indossando un abito di colore azzurro si è definita «la principessa azzurra», riferendosi indirettamente all’omonima raccolta cult di amore tra donne ideata da chi scrive. Citazione della quale la ringrazio. Con garbo e il giusto peso a temi che quanto meno hanno lasciato altri conduttori in imbarazzo, Fazio e Litizzetto hanno condotto  un Festival davvero per tutti. Dopo di loro,diventa preistoria la prima volta in cui l’amore gay approdò sul palco dell’Ariston. Era il  1996, il napoletano Federico Salvatore cantava il brano Sulla porta, un testo che fu sottoposto a censura: il verso «Sono un diverso,mamma,un omosessuale» diventò «Sono un diverso,mamma e questo ti fa male». Poi nel 2008, prima di Povia, fu la volta di Anna Tatangelo con il brano I l   mio amico testo  di denuncia: «Dimmi che male c’è se ami un altro come te». Nel 2013 infine con IlPostino,

niente amarezze o dolori,ma un canto d’amore intenso e poetico con una punta di Pride,di orgoglio: «Amami uomo…toccami fiero».

2013_02_27_l'invisibilità delle lesbiche....      L’invisibilltà delle lesbiche raccontata in un documentario

delia vaccarello, l’Unità,liberi tutti, 27 febbraio 2013

Quanti modi ci sono per insultare i gay e quanti per le lesbiche? Se l’omofobia dispone di un lungo elenco di offese per gli omosessuali maschi, per le donne c’è pochissimo. Non essere neanche insultate vuol dire “non esistere”.  “Le lesbiche non esistono” è il titolo provocatorio del documentario di Laura Landi e Giovanna Selis, proiettato  lo scorso sabato pomeriggio  nella neonata sede del Gay Center della capitale grazie all’iniziativa di Arcilesbica Roma. “L’omofobia in questo caso comincia con la negazione che per qualche motivo parte anche e soprattutto dall’interno”, hanno dichiarato le due cineaste toscane che non ha caso citano Audre Lorde e l’importanza vitale di mettere in parole la propria vita. Il documentario nasce come produzione dal basso, grazie a un annuncio nel web e a una richiesta di sottoscrizione che trova centinaia di adesioni. In breve prende forma trovando moltissime donne pronte a farsi intervistare da Livorno, Cagliari, Roma, Venezia, Milano, Reggio Calabria ma anche originarie dell’Europa dell’est  o del Perù. “Ogni incontro produceva circa tre ore di girato, e le testimonianze più interessanti venivano fuori alla fine, una volta rotto davvero il ghiaccio” dicono Laura Landi e Giovanna Selis. Viene presentato in anteprima al Florence queer festival ed è l’evento più atteso che riempie le sale.  Le interviste sono rivolte a donne di tutte le età, dalle ventenni alle over sessanta, studentesse, operatrici di un nido, giornaliste, ricercatrici, impiegate. Quasi tutte si definiscono “lesbica”, con qualche variante come “persona lesbica”, “omosessuale”, “vado con chi mi piace, sia con uomini che con donne”. Il tono è quello di una grande operazione verità, condotta senza trionfalismi né vittimismi e con qualche puntata di ironia, come la breve sequenza tratta dallo spettacolo delle artiste “Le brugole”. Cosa sono le brugole? “Sono quegli attrezzi che servono per  montare i mobili dell’ikea, ci chiamiamo così perché due lesbiche il giorno successivo al primo incontro pensano subito a mettere su casa”. Tra le intervistate anche chi ha scelto di lasciare l’Italia. Due giovani decidono di andare ad abitare a Lisbona, spinte dal desiderio di vivere in un paese dove ci sono leggi paritarie, ma si accorgono che le normative possono non bastare se la cultura non è pronta ad accogliere l’amore tra donne: “Siamo deluse”, ammettono. Per chi è rimasta, tra i temi più approfonditi c’è il rapporto con la famiglia di origine. Toccanti le sequenze che ritraggono una madre e una figlia mentre ricostruiscono insieme il momento fortemente conflittuale del coming out. C’è poi chi in famiglia tace, i parenti preferiscono non dire nulla, avvolgendo di silenzi l’imbarazzo: “Si lo so ma se non ne parliamo forse è meglio”. Più sereno il racconto di una trentenne che rivela, tre anni dopo il passaggio rovente dello svelamento,  il desiderio della propria madre di diventare nonna: “So che posso contare su di te per un nipotino, ma vista la situazione dovresti andare all’estero”. Molte riflettono sulla percezione dell’omofobia, e se sentono una migliore disposizione relativamente ai matrimoni gay avvertono resistenze rispetto al tema della fecondazione assistita o dell’adozione. Un documentario che ha il sapore dell’inchiesta capace di dare visibilità a storie, progetti, confronti che  nei media troppo spesso non trovano spazio. Nei titoli di coda i nomi di tutti coloro, e sono tantissimi, che hanno prodotto il 

La paura più grande dei genitori Rainbow: come dirlo ai figli

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delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 13 febbraio 2013

La paura più grande è che i figli possano dire: sei omosessuale?  E io non ti voglio più bene. Sono circa centomila i figli degli omosessuali che vivono nel nostro paese, buona parte di questi sono nati nell’ambito di relazioni che precedono la scoperta di sé da parte di  mamme e papà gay. Una lesbica su 5 sopra i 40 anni ha figli, come pure il 17,7 per cento dei gay della stessa età (dalla ricerca www.salutegay./modidi ). Ma come arrivano al fatidico coming out? I timori  non sono pochi. Il primo passo viene fatto con il coniuge, racconta Cecilia d’Avos , co-presidente e co-fondatrice di Genitori Rainbow (www.genitorirainbow.it), associazione che fornisce supporto e assistenza anche legale. “Siccome la giurisprudenza non è omogenea gli avvocati consigliano di rivelarsi  al coniuge  dopo la separazione”. L’ultima sentenza della Cassazione va nella direzione opposta, e non è la sola, ma la tendenza dei giudici non è scontata. Basti pensare che ben l’11 per cento delle separazioni non consensuali è dovuta alla omosessualità di uno dei due coniugi. Il percorso che porta alla rivelazione di sé appare delicatissimo. “E’ fondamentale che il genitore faccia un lavoro con se stesso, il coming out non deve essere  “adesso butto là questa cosa e non ci penso più”. Cerchiamo di creare consapevolezza attraverso il confronto con gli altri che hanno vissuto la stessa  esperienza”, aggiunge d’Avos. Ma se ne potrebbe fare a meno? Il genitore potrebbe scegliere di tacere? Sembra di no, arriva un momento in cui l’adulto vive la rivelazione al coniuge e ai figli come una imperiosa esigenza. “più il figlio è piccolo meglio accetta. Psicologi interpellati suggeriscono di dirlo il più presto possibile. Il figlio ha 8 anni? Diglielo subito, non aspettare. Più piccoli sono e meno risultano condizionati.  I ragazzi hanno meno timori. Provano quasi sempre la paura dell’abbandono  al momento della separazione, vivono il timore di non sapere come andrà a finire…ma questo li accomuna a tutti gli altri figli di genitori separati”, dice Daniela Morabito referente dell’associazione per il Lazio. I figli dei genitori rainbow, a differenza di quelli delle famiglie arcobaleno nati con la fecondazione assistita, i diritti li hanno, hanno un padre e una madre riconosciuti dalla legge. La loro è un situazione delicata sul piano relazionale. “Mia figlia che è adolescente mi ha detto “non voglio un papà donna”, io le ho risposto che un papà ce l’ha ma che sarà possibile che io abbia una compagna”, aggiunge Daniela Morabito. La posizione dei compagni gay e lesbiche non è semplice, spesso possono decidere di non assumere ruoli genitoriali, proprio per non andare incontro a dolorosi rifiuti e delegittimazioni. “Ho fatto il coming out con i miei ragazzi quando erano adolescenti – racconta Cecilia d’Avos -. Mia figlia mi ha detto: “mamma, papà dice che ti vuoi separare perché sei lesbica, ma tu sei lesbica?” “ Sì, francesca, sono lesbica”. E lei: “Comeeeeee?” mia figlia non l’ha presa subito bene, ma poi le detto. “Fino adesso non mi sentivo pronta a dirvelo”. La sincerità ha messo il rapporto su posizioni adulte e i nodi lentamente si sono sciolti”. Sul sito dei genitori rainbow c’è la possibilità di accedere al forum che garantisce l’anonimato dei partecipanti e permette il confronto. L’associazione organizza anche gruppi di auto aiuto e meeting a tema. Esiste anche una linea amica attiva il lunedì  sera dopo le 21.30,  0699196976. Tra i progetti in cantiere, la formazione nelle scuole e nelle asl.

Chi ha paura dei gay? Anche la psicoanalisi che è rimasta indietro  riglianolo psichiatra e psicoterapeuta Paolo Rigliano

delia  vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 16 gennaio 2013

Gli psicoterapeuti possono essere utilizzati come maghi con la sfera di cristallo? E agli attivisti gay sfugge la portata antropologica dei cambiamenti messi in atto? In Francia i toni della discussione sulle nozze gay sono roventi e registrano  un pronunciamento degli psicanalisti che compare anche come petizione già firmata da quasi duemila professionisti. “Sosteniamo che non spetta alla psicanalisi mostrarsi moralizzatrice o portatrice di predizioni. Al contrario, nulla nel nostro corpus teorico ci autorizza a prevedere il futuro dei bambini, qualsiasi sia il tipo di coppia che li cresce. La pratica psicanalitica ci insegna da tempo che è impossibile trarre relazioni di cause e effetti tra un tipo di organizzazione sociale o familiare e un destino psichico singolare”. E in Italia? Il dibattito vero sembra chiuso nei sottintesi. Ha visto da una parte gli  interventi di alcuni professionisti che invocano modelli vecchi dall’altra le tesi di attivisti gay che fanno fatica ad analizzare la complessità delle situazioni. “Occorre fare appello a un metodo scientifico in quanto tale perfettibile e revocabile sulla base di ricerche e controargomentazioni fondate su una  verifica acuta di dati di realtà e di ogni passo metodologico, di ogni oggetto, di ogni assunzione del fare scienza “, premette Paolo Rigliano, psichiatra e psicoterapeuta, dirigente di un centro psicosociale a Milano autore di numerosi testi sulla questione gay tra cui l’ultimo “Curare i gay?” (ed. Cortina, scritto insieme a Jimmy Ciliberto e Federico Ferrari). Oltre che sulla premessa metodologica, essenziale se pensiamo agli assunti delle terapie riparative non dimostrabili e simili ad articoli di fede, e sulla precisazione “meglio parlare di professionisti di psicologia e psichiatria”, Rigliano si sofferma sulle ricadute di vasta portata messe in atto dall’omosessualità tanto più da quella “moderna”, vissuta cioè come dimensione centrale della vita a partire dalla quale compiere scelte e mette in campo progetti. “Il punto importante è il seguente: l’omosessualità mette in discussione un assetto antropologico. Dietro la levata di scudi contro le famiglie gay c’è la paura che l’assetto antropologico in cui siamo stati allevati da millenni si esponga a una incertezza piena di pericoli e di possibili danni”. Un’analisi presente in “Curare i gay?” dove si legge “tutta la struttura sociale è interrogata, tutto l’ordine “naturale” e chiamato in causa dalla omosessualità”: quali siano forma, legittimità, scopo del desiderio, cosa significhino la forma femminile e maschile, quali il valore, il potere, l’identità, il riconoscimento sociale, i diritti e i doveri , che rapporti abbia tutto questo con la filialità. Nel tono degli interventi di chi è contrario alle famiglie gay i timori, però,  restano sottotraccia mentre affiorano gli anatemi. “Lo ripeto, ogni cosa va dimostrata negli atti facendo affermazioni precise e portando dati di realtà altrimenti facciamo sermoni che sembrano “ipse dixit” “, continua Rigliano. Gli attivisti gay, dal canto loro, sembrano concentrati soprattutto sulle conquiste da ottenere.  “E’ un compito dei diversi farsi carico della vulnerabilità che c’è dietro  i cosiddetti normali. La questione gay rimette in discussione il maschile e il femminile, cosa è il paterno  e cosa il materno. Per affrontare i dibattiti occorre elaborare  un pensiero altissimo capace di smontare gli assetti millenari e ricostruirne altri. Non si può eludere la dimensione antropologica annidata nel cuore del problema. Ai militanti gay dico di impegnarsi in uno strenuo lavoro culturale. Pretendere di saltare i passaggi della analisi e della costruzione sociale, simbolica, psichica  e relazionale per arrivare alle leggi può essere un rischio che non permette una reale crescita collettiva”.  Cosa suggerire ai professionisti della psicoterapia? “Di non chiudersi nelle proprie presunte certezze assumendo, invece, un atteggiamento attentissimo verso la realtà, creativo ed originale, confrontandosi con i dati che la scienza produce. Un atteggiamento aperto informato ed estremamente critico teso a  capire con riflessioni a tutto tondo e privo di modelli vecchi che si sono mostrati obsoleti”

 

 

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Quanto è difficile educare al sentimento dell’uguaglianza

delia vaccarello, l’Unità.  liberi tutti, 23 gennaio 2013

Non facciamo un mostro del prof di religione di Venezia che ha imbastito una lezione sulla omosessualità zeppa di informazioni sbagliate e conclusioni forzate. Tra queste: non si nasce gay e lesbiche ma lo si diventa, si tratta di una scelta come tale reversibile, chi si trova in queste condizioni “dovrebbe farsi curare in appositi centri”. L’omofobia e l’ignoranza sull’orientamento sessuale e l’identità di genere purtroppo sono diffuse nelle scuole e gridare al “mostro” significa ritenere di essere dinanzi ad una eccezione. Ma non è così, nella scuola di oggi il rispetto e la preparazione sulla questione gay non sono la regola. I fatti: un docente di religione del liceo classico Marco Foscarini di Venezia invitato a parlare dai ragazzi dell’argomento distribuisce appunti a mano con informazioni sbagliate e sostenendo tesi discriminatorie, i ragazzi postano il testo su facebook e scoppia il caso. Il rettore del liceo ricorda la tradizione democratica dell’istituto, la Curia (da cui il docente dipende) dice che il prof voleva avviare una riflessione ma esprime rammarico se qualcuno si è considerato offeso. Le associazioni gay protestano, gli studenti hanno indetto un presidio per il 24 pomeriggio in campo San Geremia.

Lavoro da oltre sei anni in progetti di “educazione sentimentale come educazione alla cittadinanza” proprio per le scuole di Venezia, progetti promossi dall’assessorato “culture giovanili e pace” guidato oggi da Gianfranco Bettin che vede l’impegno su questi e altri temi di Alberta Basaglia. Tali progetti nati come attività dell’”Osservatorio lgbt” e svolti con Sara Cavallaro e Fabio Bozzato sono veri e propri laboratori che mirano a far esprimere i ragazzi su amore, sentimenti, emozioni a 360 gradi. Una delle lacune più grandi è proprio la mancanza di familiarità degli studenti con i temi che riguardano il mondo interiore. Invitati in vario modo a parlare di amore i ragazzi a poco a poco parlano di “amori” al plurale, quindi anche di omosessualità, spesso riuscendo a fare a meno dell’arma altrimenti sempre carica del giudizio e del pregiudizio o di chiavi di lettura troppo stereotipate. Siccome vivono immersi in un pensiero che non è privo di pregiudizi ora li utilizzano ora li negano, prendendosi la fertile libertà di contraddire anche se stessi. Lo fanno da protagonisti e non vengono mai considerati contenitori da riempire con nozioni sulla omosessualità. Insieme a loro guardiamo film, apriamo il confronto stimolando associazioni libere, costruiamo un racconto, una campagna manifesti, una rappresentazione teatrale, una videoinchiesta (l’ultima è visbile a questo indirizzo…..). L’educazione sentimentale come educazione alla cittadinanza non consiste nell’imporre un pensiero “giusto” da sovrapporre nelle menti dei ragazzi a uno “sbagliato”. A che servirebbe? Qualunque pensiero che riguardi il rispetto su questioni che tirano in ballo amore e relazioni fondamentali non può diventare una lezione di regole. Ci sono ragazzi che la pensano come il prof di religione del liceo Foscarini, che dicono “un rapporto tra due uomini o tra due donne è contro natura perché non possono mettere figli al mondo”, quasi tutti quando parlano di gay e lesbiche dicono “loro” e mai “noi”, come se si parlasse di ufo o di “estranei”, insomma di “eccezioni”, cioè, appunto, di “mostri”. Immaginiamo come possano sentirsi i ragazzi e le ragazze innamorati di un coetaneo del proprio sesso che in classe solo raramente non vengono considerati estranei e per ciò si avviluppano in mille silenzi. Occorre fare in modo che in tutti il pregiudizio prenda il posto di un atteggiamento sereno, che si crei quel clima per cui ciascuno si senta parte del gruppo. Non serve “convincerli”, è necessario invece fugare i timori su cui sono costruiti i pregiudizi. Fare di un professore un “mostro” è perdere di vista che il pensiero zeppo di pregiudizi sui gay è diffuso, come le paure su cui fa leva. Molti dei pensieri del docente partono da premesse sbagliate e approdano a predizioni forzate (gli amori gay sono brevi, in Olanda ci sono le nozze gay e c’è il partito dei pedofili…), di certo non devono essere materia di insegnamento. Ma il prof di religione del Foscarini anziché essere falsamente indifferente o restare zitto si è preso la briga di scrivere con zelo ciò che pensa. Una occasione per aprire un dialogo franco e aperto con gli altri docenti e continuare ad educare gli studenti al sentimento profondo dell’uguaglianza

Il bullismo omofobico in un saggio di Giuseppe Burgio

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Giuseeppe Burgio, Adolescenza e violenza: Il bullismo omofobico come formazione alla maschiità, mimesis

delia vaccarello l’Unità, liberi tutti, 9 gennaio 2013

A cosa serve il bullismo omofobico? La violenza a scuola è un fulmine nel cielo sereno della convivenza scolastica o invece ha radici fortissime? Dinanzi alle  differenze a chi giova rispondere con la violenza? A questi e ad altri interrogativi, Giuseppe Burgio, ricercatore in campo pedagogico da anni impegnato sulle questioni legate all’orientamento sessuale, risponde in maniera netta: l’omofobia serve agli adolescenti per sentirsi veri uomini.  Nel saggio “Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità” (ed. mimesis),  Burgio dimostra che il bullismo omofobico è una tappa nel processo di costruzione della virilità: chi lo esercita ricava il vantaggio di aderire allo stereotipo del maschio come si deve. Disprezzare ciò che è “passivo” e “femminile” (caratteristiche associate all’omosessualità) diventa un elemento cruciale,  così in adolescenza l’odio per i gay   si rivela un modo di esorcizzare la tentazione di essere “dipendenti” quindi “femminucce” attraverso l’identificazione della virilità con l’aggressività. L’omofobia non sarebbe un fenomeno isolato, messo in atto a scuola dai ragazzi che “scherzano pesante” ma diventa necessario ai ragazzi eterosessuali per definirsi all’altezza di quella virilità simbolica che la società e la cultura impongono di interpretare. Prendendo in esame testimonianze dirette Burgio si concentra sugli attori della relazione –vittime, aggressori, contesto scolastico – e analizza alcuni aspetti importanti tra cui spicca “il disgusto maschile”: nei racconti   si parla di sputi e di altre violenze che avvengono nei gabinetti (dove ci sono sporcizia e cattivi odori), una collocazione che  dimostra il bisogno di marcare un confine nei riguardi dei gay, considerati persone che provocano  ribrezzo  contro le quali schierarsi. Poiché a livello “fantastico” il contatto con l’omosessuale “sporca” la virilità, il ragazzo gay viene degradato, associato allo squallore, per sottolineare ancora di più la differenza rispetto al coetaneo etero con il vantaggio di proclamarsi “veri maschi”. Ancora, un elemento costante nelle testimonianze è “il pettegolezzo derogatorio”: oltre all’insulto, infatti, assume un ruolo predominante “il dirlo in giro”. L’omosessualità di un compagno va resa nota attraverso un turbinio di voci e, peggio, va provata attraverso invasioni della privacy, come il furto di telefonini e diari, nonché vere e proprie trappole. Un compagno etero, ad esempio, provoca l’amico che sente invaghito di lui fino ad illuderlo di dargli un bacio: “il mio ex compagno di banco, ex amico, ex persona di cui ero innamorato, ci ha provato con me in maniera molto esplicita e spudorata per vedere se io ero gay, io ho ceduto e appena sono andato per baciarlo si è scostato, mi ha allontanato, si è alzato e se ne è andato e poi mi ha sputtanato con tutti quanti…”. L’atteggiamento inquisitorio nei riguardi di chi è sospettato di omosessualità risulta necessario perché avere accanto un ragazzo gay diventa per molti etero un’esperienza minacciosa. Inutile sottolineare la tortura cui l’adolescente omosessuale viene esposto . A cambiare la situazione – oltre che una scuola del futuro dove programmi, docenti e personale ausiliario, non colludano con gli stereotipi della “virilità autentica” -, ci stanno pensando anche i ragazzi. L’omosessuale che dichiara se stesso e il proprio desiderio non si pone più come vittima e non fornisce più al  ragazzo etero uno specchio rovesciato utile a definirsi. Il ragazzo gay che si sfila dal gioco “vittima aggressore”, spinge gli etero a non considerare il proprio percorso così scontato, con l’esito auspicato di incrinare la corazza degli stereotipi. E’ possibile – conclude Burgio – che la rottura del legame tra violenza e maschilità possa ricodificare la virilità a livello simbolico, e far sorgere “una maschilità che non si vergogni di riconoscere come proprie anche la cura, la relazionalità, la mitezza”. Per far questo occorre ripensare il maschile, fornire ai ragazzi modelli diversi e articolati, far comprendere che per diventare adulti bisogna necessariamente “attraversare” la condizione di sentirsi “confusi e smarriti”, che è ben più fertile del mascherarsi dietro corazze, violenze, stereotipi. Occorre una nuova educazione alla maschilità, i cui primi “discepoli”  saranno i maschi già adulti.

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L’omosessualità non è più un tabù per i giovani ma la strada è ancora in salita

delia  vaccarello,l’Unità, liberi tutti,2 gennaio 2013

Nove ragazzi su dieci sentono che il mondo è ostile nei confronti della omosessualità. La percezione è fondata su esperienze reali, visto che un ragazzo su tre dice di avere tra gli amici gay e lesbiche. Lo rivela un sondaggio realizzato dall’Istituto di Ortofonologia (IdO) su circa mille studenti. Alla domanda “quali persone dimostrano una maggiore difficoltà rispetto a questa tematica?” hanno risposto: la Chiesa nel 36 per cento dei casi, la società in generale nel 31per cento e infine i genitori per il 13per cento. I ragazzi invece sarebbero in buona parte accoglienti e poco rigidi. L’omosessualità non è un tabù per l’80 per cento dei giovani, molti di loro ne parlano soprattutto con gli amici (il 49 per cento) a volte in famiglia (il 29 per cento) più raramente a scuola (il 17 per cento). Confronti e scambi di idee danno adito a opinioni ben precise: per un ragazzo su tre l’omosessualità è una scelta consapevole e personale, mentre uno su quattro ritiene che sia una variante sessuale normale e di pari valore rispetto all’eterosessualità. Non mancano le note dolenti. Un ragazzo su dieci (il 12 per cento) ritiene l’omosessualità un disturbo mentale (vedi http://www.diregiovani.it). Che fare? La responsabilità è da attribuirsi alla mancanza di informazione, agli stereotipi e ai pregiudizi veicolati dai media e ai contesti sociali non avvertiti rispetto all’omofobia. A scuola se ne parla poco. Soltanto lo scorso diciassette maggio, giornata mondiale contro l’omofobia, per la prima volta il ministro della pubblica istruzione ha diramato una circolare con la quale invitava i presidi a incentivare i progetti anti-discriminazione. Molte sono le responsabilità dei giornalisti i quali spesso confondono “coming out” (lo svelamento di sé) con “outing” (dire che un altro è omosessuale), ignorano l’uso corretto del maschile e del femminile per le persone transessuali che vengono dette “i trans” attribuendo a loro automaticamente il mestiere della prostituzione. Per non parlare della ignoranza dei concetti di orientamento sessuale e identità di genere molto diffusa non solo tra gli operatori dell’informazione. Di linguaggio e di necessità di formare i media si è parlato nel corso del primo meeting nazionale del gruppo di lavoro lgbt contro omofobia e transfobia tenutosi presso l’Unar in dicembre cui hanno preso parte quasi tutte le associazioni interessate. Incontro tenutosi nell`ambito del progetto promosso dal Consiglio d’Europa “Contrasto alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sulla identità di genere”. “Educazione e Istruzione, Lavoro, Sicurezza e Carceri, Comunicazione e Media: questi sono per noi i quattro assi prioritari di intervento” ha dichiarato Marco De Giorgi, direttore Unar. Sui media ha messo l’accento il neo presidente dell’Arcigay Nazionale Flavio Romani. Preceduto da Fabrizio Marrazzo, ha sottolineato l’ importanza della comunicazione: “cerchiamo di rendere la vita delle persone Lgbt migliore ma non possiamo farcela da soli, ci serve l’aiuto e l’impegno di tutti, compresi giornalisti, direttori di testate e chiunque faccia informazione per creare una buona conoscenza su questi temi”. Tutti gli altri interventi hanno ribadito la necessità di proseguire sul cammino intrapreso del dialogo fra istituzioni, associazioni e società civile al fine – ha aggiunto Imma Battaglia di Di’ Gay Project – “di recuperare il tempo perduto e mettere in campo azioni concrete e specifiche per combattere omofobia e transfobia”.

Angela Putino, nostra fantastica amica

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 12 dicembre 2012   angela_putinoangela putino

“Una lunga scalinata che porta al mare, la luce abbacinante, due donne che scendono abbracciate, una di loro è minuta, con un sorriso quasi perenne sulle labbra e gli occhi grandi. La musica di sottofondo è il duetto “Papagena” da “Il flauto Magico” di Mozart. E’ una delle scene più suggestive del documentario “Amica nostra Angela” di Nadia Pizzuti dedicato ad Angela Putino scomparsa nel 2007 e proiettato giorni fa alla Casa Internazionale delle donne in una sala stracolma. Per ricordare Angela, filosofa di grande levatura, nota anche per la sua attenzione al pensiero di Simone Weil, nonché per i temi a lei più cari – la funzione guerriera delle donne, la libertà, la relazione come territorio vitale – la regista sceglie frammenti di girato già esistenti che alterna a interviste attuali. Le parole di Angela entrano tra scena e scena come sequenze di un pensiero che non abbandona mai chi ascolta, né ora né allora. “Noi riusciamo a vedere tenendoci al nostro frammento di inaddomesticato…, per trovare radici occorre sradicarsi …ci sono parole che piacciono agli uomini e non piacciono alle donne: responsabilità professionale…” . Alessandra Bocchetti ricorda i seminari di Angela frequentatissimi al Virginia Woolf, la casa con la terrazza che guardava il mare e Capri. Una casa di incontri e pensieri, di relazioni tra donne all’insegna della cura speciale di cui la filosofa era capace, piena di libri, gatti, fiori, “un piccolo Eden”. I gatti erano i protagonisti di una popolazione che custodisce la selvatichezza e sono molto presenti nel documentario insieme ai luoghi – Stromboli, la casa napoletana di via Tasso, il centro Virginia Woolf, la tenuta del cilento – ricchi di scambi e confronti. Una delle allieve parla del valore riconosciuto dalla filosofa all’amicizia che nasce dalla casualità dell’incontro e vive all’insegna del massimo rispetto dell’alterità. Sullo schermo si vede una festa di compleanno, poi compare il gruppo di donne che oggi parla di lei con battute, riflessioni, rievocazioni. Tra queste una trovata scherzosa di Paola Concia: fece credere che Angela Putino, andata in Inghilterra, avesse trovato il cappottino di Simone Weil. Tra accoglienza, relazioni, pensieri non c’erano cesure nella creatività di Angela Putino. Le foglie di limone distese sulla brace e cotte con uno strato di mozzarella sopra vengono citate tra le sue pietanze preferite. Ancora, Maria Rosa Cutrufelli elenca gli ingredienti di una delle ricette più utilizzate e ricorda le cene in Sardegna “in cui Angela cucinava per tutti piatti improvvisati ma succulenti”. Dal mare si passa agli “esercizi spirituali per giovani guerriere” cui partecipavano in tante, per arrivare al fidanzamento: “E alla fine scoppiò la passione tra me e Angela”, confida Paola Concia. “Ho fatto una grande esperienza di conoscenza della mia libertà innanzitutto come donna, è stata la mia maestra di libertà”. L’amore come dimensione “naturalmente” praticabile: “le donne sperimentano la mancanza di diritto ad accedere, l’unica condizione in cui hanno diritto all’accesso è la dimensione amorosa”, aveva detto Angela. Ma non è una condizione statica: “Stromboli. Non ti amo, soffro di isterica emarginazione, essendo emarginata da me stessa per il fatto, già detto che non ti amo”. Relazioni e pensiero sono dimensioni legatissime. Lo dicono le sue allieve. “Le relazioni sono necessarie perché ci sia funzione guerriera, perché il corpo abbia la sua potenza, ma sono anche terreno di conflitto”, basti pensare al libro “amiche mie isteriche” che suscitò aspre polemiche. “Le relazioni non sono più accettabili quando divengono chiusura, rifugio nella culla del pensiero già prodotto”.

Una filosofa capace di scendere in piazza, di andare in canoa, di occuparsi di camorra e di munnizza. Una donna di altissimi pensieri, di profonde arrabbiature, di grande humour che rivive grazie al ricco documentario di Nadia Pizzuti, dal ritmo agile, capace di coinvolgere e commuovere. “A me sembrava uno scugnizzo napoletano – conclude Maria Rosa Cutrufelli – e questa cosa contrastava con la sottigliezza della sua mente”. Loredana Rotondo, citando una gita in barca, evoca il momento in cui Angela le adagiò il capo sulle spalle, “sembrava avesse neuroni di seta”

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Al Virgilio occupato parlando di chi porta i pantaloni rosa

un    dibattito animato con ragazze e ragazzi su diritti, omofobia, pregiudizi, stereotipi e «coming out»

 delia vaccarello. l’Unità, liberi tutti, 5 dicembre 2012

NELL’ATRIO, LUNGO LE SCALE, VICINO A UNA CATASTA DI BANCHI I RAGAZZI PARLANO A GRUPPETTI. Li attendo dinanzi ad una aula dove terremo il corso per il quale mi hanno invitato. Sono in occuèèpazione, decisi a fare informazione, po litica e lezioni «non frontali».

Arrivano in molti nella grande aula dove le sedie sono disposte a cerchio. Siamo al liceo Virgilio di via Giulia a Roma, mi hanno chiesto di parlare di diritti degli omosessuali proprio perché da tanti anni me ne occupo su «Liberi tutti». Un tema che è entrato ormai nelle campagne elettorali americane, francesi, e anche nelle primarie del centrosinistra appena concluse. E che in questi giorni è tornato con prepotenza di attualità dopo il suicidio del 15 enne Andrea del liceo Cavour che amava il colore rosa e le vessazioni contro il ragazzo di Vicenza messe in atto da un gruppetto di bulli.

La premessa dunque è d’obbligo: l’omofobia e la transfobia, al di là delle aggressioni esplicite, sono una persecuzione spesso impalpabile, fatta di esclusioni, gesti, derisioni, comportamenti quotidiani che al gruppo possono appa rire «normali». Succede quando la ma gioranza – adulti compresi – prende per normalità uno stereotipo, privando di legittimità e valore chi se ne discosta magari perché ama un colore «non previsto» per i maschi o perchè è attratto da persone del suo stesso sesso Partiamodalle questioni di genere e dai ruoli attribuiti ai maschi e alle femmine che impongono atteggiamenti e persino modi di vestirsi. Di queste aspettative del gruppo è stato vittima «il ragazzo dai pantaloni rosa».

Per i ragazzi del Virgilio ognuno può vestirsi con il colore che vuole. «Ho due amici omosessuali, uno è come me, l’altro si atteggia, forse dipende dal carattere», dice uno di loro. Ma per capire meglio quanto sia legittimo sentirsi  profondamente  liberi  riflettiamo sui concetti di identità   di genere e di “orientamento sessuale” Consideriamo tutti gli orientamenti sessuali sullo stesso piano, cosa che vanifica il concetto di «diversità». «La diversità è frutto di una convenzione», dice una di loro. Sul fronte dei diritti, parliamo di civil partnership, nozze, fecondazione assistita. Delle nozze sanno, del resto no.

«Dicono che ci vogliono un padre e una madre per crescere un figlio», argomenta uno di loro, e un altro: «Io sono cresciuto solo con mia madre, mio padre separato è andato fuori dall’Italia». Parliamo di quello che hanno stabilito molti giudici per i minori in caso di separazione, quando devono decidere a chi affidare i figli. «Più che il sesso dei genitori, i giudici guardano al senso di sicurezza che provano i figli: se si sentono accolti, sostenuti nelle loro autentiche aspirazioni, protetti, e trovano un referente negli adulti, vuol dire che il nucleo funziona».

Il tema interessa parecchio, le domande sono tante. Discutiamo di discri minazioni sul lavoro ai danni di gay e lesbiche. «C’è il mobbing, non ti danno il lavoro, o te lo tolgono», dicono. Cerchiamo di capire tutti insieme cosa accade, proviamo ad avvertire quella distanza, invisibile ma siderale, che si crea tra chi dice come passa il tempo non lavorativo – moglie, figli, suoceri…– e chi tace perché teme il giudizio altrui. «Il datore di lavoro alla fine si fida di più di uno che conosce e non di uno che ai suoi occhi vive come un ufo». Non tralasciamo di affrontare il tema del gay pride, molti di loro almeno una volta hanno partecipato.

«C’è differenza tra spontaneità e ostentazione», «ma se devi protestare perché non hai diritti non puoi farlo in altri modi?». Arriviamo ai problemi del coming out in famiglia: «I genitori si aspettano sempre qualcosa da te, e vale anche per la sessualità»: commenta uno di loro. Riflettiamo sulla tendenza dei ragazzi quando sono in gruppo a considerare  gli  omosessuali  sempre«gli altri», quelli che sono fuori, non presenti, abitanti di un’isola lontana. Eppure secondo le statistiche almeno un 5 per cento della popolazione è omosessuale. Una ragazza interviene e racconta «della sua ragazza». È tranquilla. Sa che può farlo. Tutti conveniamo che c’è ancora molto da fare, che le leggi ci aiuteranno ma i problemi culturali pesano come macigni. Spesso è proprio il linguaggio a farci diventare omofobi, senza che ce ne accorgiamo. Sullo stipite della porta c’è scritto «froci». «Lo diciamo per scherzo, come dire brutto negro con il sorriso», rivelano alcuni. Ragioniamo tutti insieme facendo la differenza tra l’intenzione e i termini a portata  di  mano:  nessuno  direbbe«brutto etero» per offendere qualcun altro.

Ci lasciamo che è quasi ora

Al festival di Bologna l’amore invisibile tra le persone disabiliA_08_02_06_roma

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delia  vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 24 ottobre 2012

Amore  e disabilità, l’esperienza di gay e lesbiche che hanno 80  anni e che hanno vissuto molto tempo nel silenzio, la storia di due anziane gemelle olandesi  che hanno esercitato per quattro decadi  la prostituzione e ora si raccontano, il dialogo tra una di loro e la figlia: sono alcuni dei temi su cui punta il festival “Gender Bender” di Daniele Del Pozzo giunto felicemente alla sua decima edizione (www.genderbender.it). La kermesse aprirà i battenti sabato 27 ottobre per chiudere una settimana dopo e ospiterà teatro, mostre di arti visive, cinema, dibattiti, party, il tutto avrà come punto di riferimento principale la sede de “Il cassero” di Bologna. Per tradizione i temi sono le rappresentazioni del corpo, l’identità di genere e l’ orientamento sessuale, quest’anno sviluppati con sensibili varianti.  “Dieci anni lasciano il segno anche dal punto di vista anagrafico – commenta il direttore Daniele Del Pozzo facendo un bilancio – ora mettiamo l’accento sul dato umano, approfondiamo le fragilità nelle storie raccontate, ci concentriamo sulle vicende,  valorizziamo sempre di più le sensibilità”. Forse è anche per questo che uno dei docufilm più attesi è “Sesso, amore & disabilità”, che racconta la vita sessuale e affettiva delle persone con disabilità e la  cortina di  imbarazzi, silenzi, equivoci e pregiudizi di cui troppo spesso vengono circondate. Una realtà sottaciuta a cui il documentario vuole dare voce piena attraverso le testimonianze di 37 disabili fisici e sensoriali che si raccontano. Un progetto ambizioso a dieci mani (Adriano Silanus, Priscilla Berardi, Raffaele Lelleri, Jonathan Mastellari, Valeria Alpi) che ha asciugato in 110 minuti le 50 ore di girato. Non a caso il titolo della decima edizione di “Gender bender” è “Evoluzione”. “Le differenze sono  la risposta più adeguata in tempi di crisi. Occorre saperle valorizzare  perché possono contenere proprio la risorsa che mancava. Parliamo di orientamento sessuale e identità di genere ma anche di età, di condizione femminile: nella crisi di valori e di paradigmi che stiamo vivendo sono tutt’altro che distonie”, aggiunge Del Pozzo. Ed è l’attenzione rinnovata alle fragilità che vuole tra  i titoli di punta “Les invisibles” frutto di due anni di lavoro del regista Sebastien Lifshitz  che ha ricercato le testimonianze di omosessuali nati tra le due Guerre, quando lo scandalo non era tanto essere omosessuale quanto avere il coraggio di dichiararlo. Come vivono i fu “invisibili” in una società votata al culto della giovinezza e alla rimozione della vecchiaia e della morte? “Si tratta di persone anche fisicamente molto provate che hanno uno sguardo lucido e forte”, aggiunge Del Pozzo. A completare il quadro la particolarissima storia di Lousie e Martine Fokkens (Regia di Rob Schröder and Gabrielle Provaas), gemelle omozigote di 69 anni, per oltre 40 anni prostitute nel distretto a luci rosse di Amsterdam: vestite uguali, mano nella mano per le vie cittadine, raccontando aneddoti del passato ma anche violenze e soprusi, fanno un affresco di mezzo secolo di storia. Pellicole di punta anche a Firenze: domani alle 17 presso il Cinema Odeon  in apertura del Florence Queer Festival «Taking a Chance on God» del regista Brendan Fay, la lotta di John McNeill, prete cattolico americano, teologo, psicoterapeuta e gay per la «liberazione delle persone omosessuali dalla paura e dall’esclusione».

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Paura di invecchiare per gay e lesbiche

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 28 novembre 2012

L’angoscia di trovare altre forme discriminatorie è stata analizzata dallo studio dello Spi Cgil

GAY E LESBICHE HANNO PAURA DI INVEC CHIAREIL PASSARE DEL TEMPO, INEVITABILE, DIVENTA FONTE DI UN’ANSIA IN PIÙ PER ITIMORDINCONTRARDVECCHUN’ALTRFACCIDELLDISCRIMINAZIONEquella che inchioda alla solitudine o a rapporti sociali saltuari e quasi esclusivamente con altre persone anziane.oA indicare questa tendenza il sondaggio su«omosessualità e anzianità» di cui si parlerà oggi nel corso di un convegno a Roma   organizzato dallo Spi Cgil, il più grande sindacato dei pensionati, in collaborazione con Equality Italia (presso la sede Cgil, Corso d’Italia 25). «In Italia ci sono 12 milioni di anziani, di questi da 700mila a un milione sono gay o lesbiche. Una realtà sociale importante e sconosciuta». sottolinea Aurelio Mancuso. Una realtà che mostra con forza l’inconsistenza dello stereotipo che ritrae il gay giovane, palestrato, decorativo. Un sondaggio diffuso on line cui hanno risposto 2034 persone – 1432 maschi, 480 femmine, età minima 18 anni, massima 82images (52) – rivela che il 54,5 per cento degli intervistati è preoccupato molto o abbastanza di invecchiare. Soltanto uno sparuto 7.8 per cento sembra non avere alcuna inquietudine. A preoccuparsi sono più i maschi che le femmine, mentre non fa differenza l’età di chi risponde e neanche la collocazione geografica. Rispet- to a prima però gli anziani gay sono meno invisibili . Alla domanda “ha mai incontrato persone lgbt anziane” il 73.3 per cento  ha risposto di sì, il 58.5 ha detto d conoscere personalmente un gay o una  lesbica over sessanta. Il tasto dolente si tocca quando si parla di frequentazioni: solo il 22 per cento frequenta abitualmente persone anziane. Gli anziani omosessuali dunque non vivono più alla stregua di «marziani» ma sono co- munque isolati. Ha una frequentazione con gli anziani lgbt solo il 7 per cento dei ventenni, il 19 per cento dei trentenni e il 27 per cento dei quarantenni. Lo scambio generazionale risulta molto ridotto. Tra i cinquantenni le cose cambiano: il 44.5 abitualmente incontra persone anziane. E tra i sessantenni il 62 per cento ha amici coetanei o più grandi Ciò vuol dire che il 38 per cento dei sessantenni frequenta persone più giovani   oppure non frequenta proprio nessuno. Il sondaggio, il primo studio estensivo sull’argomento, non mira tanto a descrivere la condizione degli anziani, piuttosto racconta come le persone gay e lesbiche vedono l’invecchiamento. «La fotografia che restituisce è a tinte chiare e scure – dichiara Raffaele Lelleri, sociologo, esperto di welfare, immigrazione e minoranze sessuali .   Per un verso, mette in crisi alcuni stereotipi (non è vero che le persone lgby anziane sono invisibil i   non è parimenti vero che le persone lgbt pensano solo al proprio presente); per l’altro verso, sottolinea una serie di potenziali criticità(la frequentazione abituale tra persone appartenenti a diverse generazioni è piuttosto limitata; la solitudine è il timore maggiore in merito alla propria vecchiaia)».Gli intervistati hanno fornito anche una serie di suggerimenti per migliorare le cose: molti dicono che istituzioni e associazioni devono occuparsi di più dei problemi della terza età, che sono fondamentali tutte le azioni che creano comunità, che occorre far passare le leggi a tutela delle coppie e permettere le adozioni. Alle associazioni soprattutto viene chiesto di creare luoghi di ritrovo     intergenerazionali.

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foto a. macchi

Omosessualità in Islam: un panorama complesso

 

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 10 ottobre  2012

Ma davvero l’islam è omofobico? O si può dire invece che non ignora del tutto la tolleranza nei confronti della diversità? E’ certo che la letteratura, sia classica che moderna, affronta il tema in numerose opere, in alcune con tono lieve, ma significato censorio, in altre dando il ruolo di protagonisti a gay e lesbiche. Per capire a fondo è necessario però un approccio interdisciplinare. A dare inizio a una serie di pubblicazioni sul tema è stato “Desiring Arabs” (2007) di Joseph A. Massad uno studio dal tono provocatorio che accusa il movimento gay internazionale di voler imporre al mondo arabo una idea della omosessualità che non gli appartiene. Il dibattito è aperto. Ci sono contraddizioni e complessità che vanno indagate, sostengono le autrici del testo fresco di stampa “Che genere di Islam” (ediesse), Jolanda Guardi e Anna Vanzan, che cerca di dare conto delle numerose interpretazioni sull’Islam e l’omosessualità. Prendiamo il caso della Repubblica Islamica: il nuovo codice penale dedica 19 articoli alla sodomia e introduce il reato di lesbismo. Non solo, tutti i comportamenti sessuali vengono irreggimentati in canoni di comportamento punibili per legge, eppure per provare il reato di omosessualità è necessario che ci siano quattro testimoni di sesso maschile cosa che pone un limite all’applicazione delle pene, certamente a quelle che riguardano i rapporti tra donne. Se in Iran la situazione per gli omosessuali è difficilissima, tant’è che moltissimi vogliono lasciare il paese, anche clandestinamente, esistono report della sezione canadese dell’alto Commissariato per i rifugiati che minimizzano i pericoli, probabilmente a causa del numero elevato delle richieste per un visto di espatrio per il Canada. Ancora, l’ambasciata svedese a Teheran stila un rapporto confidenziale in cui si afferma che gli omosessuali rischiano poco o nulla se conducono una vita discreta. A dare la misura della realtà sono alcune personalità della scena artistica iraniana uscite allo scoperto per sollecitare l’attenzione internazionale. Come i registi Ramin Goudarzi Nejad e Mashhad Torkan che nel loro docufilm “Cul de Sac” raccontano la vita dell’artista e attivista lesbica iraniana Kiana Firuz e del suo tentativo di chiedere asilo in Gran Bretagna. Ci sono anche i siti degli attivisti come www.irqr.net dell’associazione “Iranian railroad for queer refugees” fondata da Arsham Parsi che dopo una serie di traversie riesce a stabilirsi in Canada. Parsi crea anche la prima rivista on line dedicata alle tematiche queer in Iran dal titolo “Maha” (Noi), tra le sue campagne anche quella linguistica per utilizzare non il termine “gay” ma “hamgensgarayan”, allo scopo di sottolineare che l’omosessualità non è un “vizio occidentale” e che i rapporti sessuali e affettivi possono darsi sulla base di una scelta reciproca. C’è dunque un Islam dove l’omosessualità è possibile che va emergendo. Lo scopriamo nei romanzi, in quelli che danno spessore al rapporto tra donne, come “l’odore della cannella” della siriana Samar Yazbik, che pone al centro della narrazione il rapporto tra una donna e la sua cameriera, con la possibilità di un ribaltamento di ruoli. Ma anche “Io sono te” di Ilham Mansur, opera in cui secondo le saggiste si rinnova la prospettiva, e le protagoniste non hanno più incertezze sul proprio orientamento sessuale. Il nodo del problema è semmai riuscire a vivere serenamente il lesbismo nella società araba che lo sanziona.

“E la felicità, prof?”

Luigi Visitilli,Einaudi, stile liberoimages (59)

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti,19 settembre 2012

Ci sono ragazzi che vivono e studiano al Sud “dove non c’è spazio per l’ambiguità”. E dal Sud scappano per cercare la felicità a Barcellona. Ce ne parla Giancarlo Visitilli prof barese che pubblica per Einaudi stile libero “E la felicità, prof?”. Il libro si apre con la nostalgia dei bagni che sono esperienza quotidiana per chi vive al mare e con la poesia di quell’ultimo cui ci si abbandona sapendo che, iniziata la scuola, il sale sulla pelle sarà solo un ricordo. Il mare come emblema di bellezza, di libertà, del sogno di un mondo privo di mortificazioni e conflitti. Altra cosa è la scuola. E l’impatto si sente nelle critiche al giovane prof, ai suoi pantaloni rossi, ai capelli raccolti in una coda che fanno guadagnare a Visitilli la disapprovazione dei colleghi e la simpatia degli alunni. Ma il prof è uno che non si fa smontare facilmente, se i ragazzi non hanno i libri perché le nuove edizioni sono inutilmente costose, lui  fa come  Pino Puglisi che portò in classe il nostro giornale. E per non scontentare nessuno  entra in aula con diversi quotidiani. Se il primo quadrimestre inizia così, con momenti di studio e libera espressione,  è nel secondo che  nodi e dolori vengono al pettine. In occasione di uno dei consigli di classe il prof Visitilli comunica ai colleghi di aver ricevuto la lettera di uno studente che non frequenta più la scuola perché “costretto a trasferirsi all’estero alla fine dello scorso anno scolastico”. Il ragazzo ha smesso di frequentare a causa di  alcune dichiarazioni dei docenti in merito alle sue presunte “inclinazioni sessuali deviate”. Basta poco per accendere il fuoco nemico dei ricordi nei colleghi che si lanciano a pronunciare frasi pesanti rievocando l’alunno e la sua cosiddetta “malattia”, almeno quella che come tale venne presentata ai suoi genitori, con l’esito per il ragazzo di trafile tristi, umilianti, depressive  negli studi di medici e psicologi. Il quadro persecutorio è chiaro. Visitilli lo descrive con pennellate secche. E mentre lui resiste a fatica, sentendo mancargli il respiro,  chi legge prova un’identica sensazione di soffocamento. Il lettore si trasforma nell’allievo accerchiato dai pregiudizi. Ma poi il prof giovane e illuminato ci restituisce l’aria.  Appena può corre a rianimarsi riprendendo tra le mani e rileggendo la lettera di Miguel, l’alunno che ora vive in Spagna e che non rimpiange affatto Bari.  Per un Miguel che parte, ce ne sono tanti che restano, ma anche grazie a lui in classe se ne parla e i più arrabbiati sostengono che a farsi curare devono essere proprio quei prof – tanti -, convinti che l’omosessualità si può “guarire”. Visitilli coglie la palla al balzo e inizia un viaggio insieme ai ragazzi che porterà molti di loro a capirne di più. Soprattutto a rispettare un compagno che riuscirà a trovare la strada per esprimersi e a smettere i panni stretti della vergogna. In una lingua che armonizza citazioni dal dialetto, lessico scolastico, e il fraseggio semplice e diretto di chi racconta i fatti veri e crudi, Visitilli ci porta nella scuola difficile di una Italia in salita. Quella in cui ragazzi e prof devono imparare a vivere mentre  “c’è chi è votato e pagato per creare confusione mentale, culturale, politica”. L’Italia dei “giudizi finali” con cui si chiude il libro – una sorta di marchio confezionato dal cinismo dei tanti prof -, viene però smentita da ciò che riusciranno a fare i ragazzi dopo il diploma. Così il figlio dell’ex vice sindaco favorito dal collegio docenti andrà ramengo di facoltà in facoltà senza requie né profitto, invece il ragazzo che gli insegnanti davano per spacciato prenderà tre lauree. Visitilli, anziché giudicare, non soltanto si fa toccare nell’intimo dai suoi allievi, ma li segue anche dopo, a scuola finita. Ormai vivono dentro di lui, compagni di destino, tesi a trasformare il Sud nel luogo dove la speranza non è tabù. A rapire del libro è la scommessa sottostante che anima poetica e  citazioni: sebbene la scuola appaia una fabbrica di disamore, la felicità non è un’utopia. E se ognuno dei ragazzi cerca il segreto per essere se stesso, il desiderio di autenticità ispira lo stesso prof che confidandosi con il lettore rivela: “E io che tento da anni di fare coming out e mettere ordine nella mia vita e di fare coming out”

Sette gay in cerca di libertàdownload (9)

delia vaccarello,  l’Unità, culture, 4 april 2012

Caos, inesperienza e un meraviglioso senso della libertà»: è ciò che prova il figlio di una coppia inedita (ma neanche tanto) guardando lo stuolo colorato di zii e zie che lo hanno cresciuto. A parlare è una voce fuori campo nelle scene finali di Good as you a giorni nelle sale per la regia di Mariano Lamberti, già autore di Una storia di amore in quattro capitoli e mezzo sulla vita di Brett Shapiro. Fedele al registro dello scambio di persona, del gioco delle apparenze dietro cui si celano realtà impreviste, così come vuole la commedia dalla Grecia antica ai giorni nostri, Lamberti mette in scena sette personaggi omosessuali e una «etero confusa» senza lesinare critiche, gioie, disagi. Lo fa abbandonando vittimismi e orgogli compensatori, guardando da dentro, facendo a meno di occhi esterni giudicanti o stupefatti. E se per narrare deve scegliere gli stereotipi, decide di usare le «maschere consapevoli», quelle che gay e lesbiche vogliono indossare (non facendone una regola, però) e non le altre, imposte e svalutanti. Otto personaggi che si incontrano una notte di Capodanno pronti a flirtare, isterici perché più invaghiti dell’idea di coppia che della persona da coinvolgere, nevrotici, patetici, gelosi, imbronciati e divertiti. Dietro la maschera di un lui maniaco dell’ordine e di una lei insoddisfatta che organizzano la festa, non c’è, come sembrerebbe a una prima occhiata, la coppia etero che soffre i dolori della convivenza, ma compaiono un fratello gay, Adelchi (Lorenzo Balducci) e una sorella, Silvia (Daniela Virgilio) l’eteroconfusa. Presto la casa si riempie: arriva Claudio (Enrico Silvestrin) bello e misterioso, atteso da un Adelchi trepidante perché innamorato virtuale, convinto di aver chattato con Claudio sebbene fosse stato allertato da Silvia sulle sorprese del web. Si uniscono Francesca (Lucia Mascino) sorella di Claudio, manipolatrice e risoluta, il tipo intellettuale quanto basta e la sua «fida» Marina (Micol Azzurro), finta ingenua, lesbica tutta rossetto, grandi seni e minigonna; c’è Marco (Diego Longobardi) la «checca» supermuscolo, festaiola, spesso sopra le righe, che va nel panico se il suo accompagnatore, il «macho» Nico (Luca Dorigo) sparisce all’orizzonte. E poi giunge Mara (Elisa Di Eusanio), tifosa della Roma, schietta, pronta a darsi senza freni nell’amore, stregata da Silvia. E a lei, perfetta nel ruolo, che Lamberti affida il compito di «smascherare» i giochetti degli altri, avvitati in confusioni, sotterfugi, smanie di un altrove che troppo spesso coincide con il corpo di un altro o di un’altra da sedurre. A Mara-Di Eusanio, che dice di essere «innamorata pazza del suo personaggio», così viscerale, impastato di rabbia e speranza nell’amore, viene affidata una funzione chiarificatrice che fa anche da snodo narrativo. Al termine della festa di «midsummer» in piscina (appuntamento gay che evoca il «sogno di una notte di mezza estate») con tanto di maschere diventate quasi una seconda pelle, dinanzi ai nostri eroi trasgressivi e disperati, sbotterà: «Cercate di essere più sinceri!». Da lì la storia incrocia il desiderio – «diffuso tra gay e lesbiche» come afferma Lamberti – di costruire un nucleo alternativo alla famiglia che funzioni davvero. Lo scenario è quello della Roma gay: le feste di Muccassassina, la spiaggia «il buco», il locale Coming out e la gay street di fronte al Colosseo. Luoghi romani ma anche simbolici, repliche di tante altre spiagge, discoteche, strade, piscine, disseminate per l’Italia dove gay lesbiche e trans ma anche tanti «eterocuriosi» vivono e s’incontrano. LA FESTA IN PISCINA Pellicola dal ritmo godibile, che strappa qualche sonora risata, a tratti lievemente frenata come nella lunga scena della festa in piscina, Good as you in versione grande schermo evoca ma non fa rimpiangere l’opera teatrale omonima ed apprezzata scritta da Roberto Biondi. Prodotta da Master Five Cinematografica insieme ad altri associati, con la colonna sonora di Michele Braga che spazia tra jazz, elettronica e incursioni nella musica classica, ha il sapore della sfida: non strizza l’occhio all’autocelebrazione gay né ai pregiudizi dei benpensanti. Anzi. «Sono stato chiamato nel cast grazie al bigottismo di chi era stato scelto prima di me», ha detto Silvestrin, tacendo sull’identità di chi ha rifiutato il ruolo per timore di essere «preso per gay» (secondo voci il cognome inizia con la «B»). Good as you vuole aprire al nuovo, a un mondo che riesce a sfilarsi dal «divertimento e basta» per accennare a capacità di relazione e accudimento. A nobili aspirazioni. Di libertà meravigliosa parla alla fine del film la voce fuori campo ed è solo allora, e con grande effetto, che compaiono a fianco ai titoli di coda i volti di coloro che cantano The Lady In The Tutti Frutti Hat,portato al successo da Isa Miranda:due entusiaste sorelle Kessler

Gay, dal disgusto all’umanità

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti,  2 giugno 2011download (13)

Prodigo il nuovo libro di Martha Nussbaum che invita tutti al rispetto verso un’intangibile sfera personale e alla ricerca che ognuno di noi mette in atto del senso ultimo dell’esistenza. L’invito è di abbracciare in senso empatico, legislativo e poetico “la politica della umanità”. Fresco di stampa “Disgusto e umanità”, Il Saggiatore, ha il pregio dei saggi che toccano con levità argomenti cruciali. Il disgusto sarebbe la reazione che molti provano all’idea di una unione omosessuale, soprattutto maschile. Tale unione rimanderebbe a un’animalità del corpo da cui parecchi tendono a prendere le distanze perché procura disagio ed evoca il nostro essere fragili, non eterni né tanto meno onnipotenti come invece spesso ci fantastichiamo. L’umanità è intesa “ in conformità con Adam Smith, quale capacità di lasciarsi coinvolgere in modo generoso e aperto nelle sofferenze e speranze delle altre persone”, sottolineano Vittorio Lingiardi e Nicla Vassallo nel saggio a quattro mani che precede l’opera della filosofa statunitense. Il viaggio attraverso le emozioni che l’autrice ha intrapreso in altri libri prende l’avvio in questa opera dal terrore che segna la differenza tra ragazzi e ragazzi: “Questo libro, benché dedicato ad argomenti astratti di diritto costituzionale – segnala Nussbaum nella prefazione dopo aver citato i racconti di alcuni giovani gay terrorizzati -, riguarda fondamentalmente il divario che quegli adolescenti vedevano davanti a sé: tra quanti possono in qualche modo sentire cosa prova un adolescente gay, e quanti semplicemente considerano quei desideri, e senz’altro gli adolescenti stessi, una cosa disgustosa”. La politica del disgusto prova orrore per le persone omosessuali e per ciò che fanno, e marca in ogni situazione possibile – nei parlamenti, nelle scuole, nelle famiglie, nel sociale, nelle Chiese – il territorio separato ove situarsi al riparo dalla contaminazione gay. E’ un rifiuto della piena umanità dell’altro. Tantissimi gli spunti offerti dalla filosofa per compiere il passaggio e coltivare l’”umanità”, per cui servono empatia, rispetto, libertà e immaginazione al fine di intuire e cogliere quali progetti abbia l’altro per sè. Nuovo il parallelo con quanto per tradizione si trova negli ambiti religiosi. Una “politica di eguale rispetto/eguale libertà è stata a lungo la norma nel campo religioso, dove siamo abituati all’idea di dover convivere su una base di rispetto con persone le cui scelte consideriamo cattive, o persino peccaminose, e all’idea correlata che tali scelte personali profondamente significative richiedano, per tutti, la tutela di una sfera di libertà personale”. Qui Nussbaum consola individuando nelle radici antropologiche del modo di pensare e relazionarsi delle persone religiose elementi preziosi che perdurano e che non sono stati distrutti da consumismo e materialismo. C’è di fondo in ambito religioso, e resiste all’egocentrismo di tendenza nel terzo millennio, un rispetto della persona che tiene conto del suo irriducibile mistero attribuendo a ciascuno, qualunque esso sia (non solo al potente, non solo a colui la cui amicizia può servire), un valore autentico in quanto, appunto, persona. Ben venga, dunque, la tanto attesa umanità di cui abbiamo estremo bisogno. Ben venga la riflessione sulla questione gay come opportunità per fare il punto, non a colpi di slogan, sulla perdita di valori. Non a caso Nussbaum apre e conclude citando i versi e una frase di Whitman: «Mantenere uniti gli uomini in virtù di carte, sigilli, obblighi, a nulla serve», ma è condizione indispensabile per proteggere le vittime del disgusto e con loro tutti i vulnerabili.

2 giugno 2011

Contro l’omofobia coltiviamo le persone be_2011_10_12                                                               

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 17 maggio 2011

Mi hanno chiesto se si possono contare le vittime dell’omofobia. Ma cos’è l’omofobia? «Non è solo l’idiosincrasia del singolo verso l’omosessuale, come la parola “fobia” lascerebbe intendere, ma è un raptus spesso sorretto da una collettività. È l’avversione di un individuo che aggredisce insieme agli altri oppure da solo ma nella convinzione di avere dalla sua molti a dargli ragione. Divide le persone che amano in “normali” e “deviate”. Somiglia molto al razzismo, ma non punta il dito contro il colore della pelle, bensì contro il sentimento (da Evviva la Neve, vite di trans e transgender, Mondadori, scritto da me)». Le vittime di un gesto palese possono numerarsi, ma l’omofobia non è solo aggressione, è anche sottrazione.  Un esempio? Non gioisco per l’amore di una ragazza verso una ragazza, ma mi indigno, mi chiudo, spero che passi. Veicolo ostilità…. E la ragazza può trasformare l’ostilità in odio verso se stessa. L’omofobia è’ una piaga aperta anche da chi non sa. Può esserci al mio fianco, se ho un problema economico, una premurosa persona, la stessa se capta il mio amore può escludermi, avere imbarazzi, voltare le spalle. Perché? L’amore è ricchezza, i legami solidi la irradiano intorno. Eppure a questi amori spesso è sbarrata la strada. Come fare? Le leggi si attendono. La cultura deve fare moltissimo. Fondamentale diventa, a mio avviso, la cultura della persona. Se sono attento a tutto il tuo essere, non posso non accorgermi che soffri. La cultura del rispetto della persona, con i suoi orientamenti, le sue posizioni, i suoi sentimenti, la sua fede o il suo essere atea, deve essere promossa da tutti. La lotta all’omofobia può trovare fertili prospettive solo all’interno di questa cornice.(foto a. macchi)

Io sono un ex bullo:  odiavo la gioia degli altri

delia vaccarello, l’Unità, cultura, 31 dicembre 2010ex_2012_10foto a. macchi

“Io sono un ex bullo. Da ragazzino avevo le mie vittime consuete. Ho fatto parecchio male ad alcuni compagni più piccoli, ma tanto male che addirittura uno di loro  perso di vista per circa 25 anni,  riapparendo all’improvviso ha mostrato di avere ancora le ferite aperte nel cuore”. Il signor C. ha 36 anni e ha cercato di dimenticare. Non a caso oggi ricorda.  “Quei ragazzi formavano gruppi di gente allegra, compagni che giocavano a pallone. Piombavo fra di loro, facevo volare lontanissima la palla e poi iniziava la persecuzione. Botte, schiaffi,  calci, spinte, insulti, violenza per annientare la loro felicità, la gioia di stare insieme. Avevo circa 15 anni quando un giorno presi di mira un poveretto con la sua fidanzatina. Li feci inginocchiare vicino ai giardini pubblici e li costrinsi a pregare fervidamente il Signore nella speranza che non li massacrassi di botte. Terrorizzati ubbidirono ma nonostante tutta la loro sottomissione, o forse proprio acceso da quella, al termine delle preghiere scaricai su di loro la mia follia, la mia cattiveria malsana . Mio padre era un anticlericale,  ero estraneo a certe attività che invece legavano i miei compagni. Ero un cane sciolto, mi sentivo arrabbiato senza avere alcuna lucidità sulla natura del mio malessere. Ero matto da legare, avevo bisogno di un freno, ma nessuno me lo metteva”. Il signor C. racconta di sé  dopo che ha letto sulla rubrica Liberi tutti storie di giovani gay disperati, vittime del bullismo.  “Ho letto il suo articolo relativo ai suicidi americani, mi ha molto scosso. Sono un ex bullo, ma non omofobico, anzi, sono omosessuale”. Oggi vuole aiutarci a capire, a muoverci meglio. La violenza è un boomerang che si ritorce contro tutti. Non c’è furbo che la faccia franca.

Conviveva con i tormenti. L’isolamento, l’abbandono, la rabbia.  “Picchiavo, umiliavo, insultavo poi col tempo ho capito che lo facevo perché io stesso ero   umiliato, avevo un padre alcolizzato e una madre inesistente, sfogavo la mia rabbia su chi si mostrava più felice di me . Dopo le mie scorribande tornavo a casa e ascoltavo dischi di Beethoven, di Verdi, di Chaikovski che mio padre raccoglieva con passione.” Vivere era lacerarsi. “La sofferenza più atroce era il senso di solitudine, lo smarrimento, unito al clima terrorizzante che vivevo in famiglia”. Il suo bersaglio: la gioia altrui, vera o apparente. “Ritenevo quei ragazzi più felici di me perché sembravano trovare la giusta armonia tra loro, l’intesa che rende magica un’amicizia basata sul divertimento, sulla  spensieratezza, mentre io avevo problemi troppo più grandi delle mie forze. La stessa passione precocissima per la musica classica era una zavorra, uscivo da ogni ascolto profondamente turbato da quelle musiche non composte da ragazzini, ma da uomini estremamente problematici, come erano tutti quei grandi artisti. Non reggevo l’impatto della musica, ero uno snaturato, un corpo da ragazzino e una sensibilità troppo accesa che però non mi impediva di fare cose atroci e villane ai miei coetanei. Non riuscivo a vivere, a trovare la mia misura”.  Cosa prova un ex bullo? “Ormai sono una persona innocua, arrendevole, paurosa persino, sopratutto della violenza, che odio con tutto me stesso. Ho sempre mostrato rabbia nei miei confronti,  soffro di depressione e crisi di panico.  Ho ancora numerosi conti in sospeso con quel mio passato . Sensi di colpa che non si attenuano minimamente. Molta solitudine”. Turbato oggi dalla  violenza, omofobica e non, vede il buio e l’urlo annidati nel cuore di chi aggredisce: “Quando leggo questi tristi casi  non vedo colpevoli da nessuna parte. Vedo due vittime, il povero ragazzo che subisce e il povero  ragazzo che opprime. Tra i ragazzi che commettono atti violenti di qualsiasi natura si nasconde anche del buono, frustrazione, disperazione. Sono ragazzi smarriti. Ci possono essere molta stronzaggine e maleducazione, ma anche   un malessere fortissimo che trova la più stupida e inutile delle vie di uscita, la violenza, la vigliaccheria su chi si sa più debole”.

Come vive il signor C.? “Sono diventato un musicista, lontano mille miglia dal desiderare di vedere o conoscere realtà come il bullismo. Il mio lavoro?  Sognare e cercare di far sognare chi mi ascolta”. Contro il bullismo ci aiutano l’arte, l’amore, la cività. Anche la religione, dice, lui crede in Krishna. “Occorre educare i ragazzi alla spiritualità, all’arte, a costruirsi una relazione col Signore, a insegnare la Bellezza di Dio. Togliere il potere ai criminali che possiedono tv e le usano come armi per abbrutire la gente. Dobbiamo tornare  a guardarci in faccia, a condividere quello che ci unisce. Bisogna insegnare l’amore con la a maiuscola, fare lezioni di Amore, siamo troppo invasi da cattiveria, competitività, ingiustizia, maleducazione. Non vedo altre strade”.

Premio  Journalist award against discriminations  2008

Vivere da gay, morire da etero                                                                  2008_09_03_vivere-da-gay-morire-da-etero-720x1024

delia vaccarello, l’Uunità,Liberi tutti, 2 settembre  2008

Si muore come si vive: è così per la verità che ciascuno di noi porta con sé anche quando va via. Ma ai funerali irrompe la storia ufficiale, l’immagine dell’estinto viene suggellata da chi resta con pochi tratti che passano per fedeli. Parole potenti, spesso le ultime pronunciate in pubblico sul conto di chi non c’è più. È uno dei momenti prediletti dal pregiudizio. Se trova terreno fertile, entra in campo. L’ultima scena esibita, prima di calare il sipario, è «rispettabile», non sempre rispettosa. Nel caso dei gay e delle lesbiche spessissimo si oscurano – salvo allusioni – i loro amori. Improvvisamente diventano quello che in vita non sono stati mai, se non nell’immaginario di chi li voleva tali. Se ai funerali ci sono il partner, la madre di lui, gli amici che sapevano, costoro diventano presenze che provano emozioni incomprensibili per gli altri, perché non condivise. Quanti si stringono intorno al dolore atroce di una scomparsa diventano un gruppo, e non solo un numero di persone, solo grazie all’empatia che può scattare quando non c’è l’omissione. «Per loro non ero nessuno» o, peggio, «ero da allontanare»: questo il senso delle storie che abbiamo raccolto. Lo abbiamo fatto perché in agosto un aereo si è schiantato all’aeroporto di Madrid e tra i tanti morti c’era un italiano con il compagno e il figlio di lui. Erano seduti a fianco. Sono passati per amici. È scoppiata una polemica sulla mancanza di informazione. Abbiamo assistito a un’omissione del valore delle relazioni, che sono risorse per l’intera società. Le testimonianze qui raccolte mostrano che accade più spesso di quanto si creda. Se le parole salvano la vita, se la vita è anche memoria, chi manipola la memoria uccide una seconda volta. Attenzione: questa non è «solo» una questione esistenziale. È politica. La politica, in America, in Italia, in tutto il mondo, con scelte precise può far emergere la realtà nascosta, ma viva. O al contrario, con scelte blande o solo di facciata, può lasciarla morire. Una, due, tre… infinite volte.

Leo Gullotta: alla corte di Federico II la diversità era un sublime canto antico

delis vsccarello, l’Unità, 5 agosto 2003casa vacanza federico secondo

Tra riferimenti a Bossi e alla posizione del Vaticano contro le unioni gay, l’incontro tra Leo Gullotta e l’ensemble siciliano Al Qantarah in «Lapilli», in scena a Terni. 
TERNI Dal Dolce Stil Novo a Buttitta, attraverso le musiche medievali siciliane e gli echi delle «abbanniate» nelle feste di piazza. Dalla «poesia, lingua materna del genere umano» all’invettiva vibrante contro la mafia. Colto eppure semplicissimo, legato alla memoria letteraria e carico di denuncia, orchestrato, mimato e recitato con perizia in un crescendo di lirismo e tensione: stiamo parlando di Lapilli, frutto dell’incontro tra Leo Gullotta e gli Al Qantarah, un ensemble di musica siciliana antica, spettacolo che è andato in scena all’anfiteatro romano di Terni domenica sera (repliche oggi e domani a Cagliari). Immaginate di essere in una terrazza siciliana a mangiare una fetta di «mulune» affacciandovi alla ricchezza della creatività che vide il volgare siciliano candidarsi a linguaggio dotto con lo stile promosso da Federico II . La terrazza è coperta di iuta, la tela dei sacchi e dei poveri, e di ceste che servono per portare le mandorle, i pistacchi e le pietre delle zolfare. La terrazza è abitata da «poeti» vestiti di bianco, come i devoti della festa catanese di Sant’Agata, ma a differenza di quelli non indossano una sottana intera. I poeti di lapilli hanno un vestito bianco spezzato, un vestito «diverso», «dalla diversità si attinge e si cresce», dice il poeta recitante Gullotta.La diversità fu esaltata alla corte di Federico, animata da un profondo spirito di tolleranza, quando non c’erano «né cannoni nè cannonate, ma ku ci a rici sta cosa a Bossi?»: Gullotta «contestualizza» così Federico e Cielo d’ Alcamo, sapientemente. E chiari sono i suoi riferimenti all’oggi quando fa dialogare la raffinatezza di ieri con la volgarità dei tempi moderni. Non basta. Quando cita il Clero, a proposito dei Tropari che variavano sulle melodie liturgiche, dice: «Il clero che ai giorni nostri fa crociate poco evangeliche, calpestando i diritti». Si riferisce all’anatema contro gli omosessuali rivolgendosi alle finestre dell’Arcivescovado a due passi dall’ anfiteatro. E strappa uno dei tantissimi applausi.Gli altri «poeti» vestiti di bianco sulla scena sono i musici: suonano strumenti antichissimi, gli antenati del liuto e del violino ricostruiti con le tecniche originali e i legni italiani. Suonano l’ud, la lira, la synphonia, il tammureddu, il marranzanu, gli scattagnetti: strumenti del medioevo colto vengono accostati a quelli della tradizione siciliana e mediorientale, al friscaletto costruito dai pastori, che può durare un giorno per poi essere buttato via, ma riesce a evocare del canto l’ammaliante mistero. Si lanciano, i musicisti, con tamburelli e scacciapensieri in virtuosismi mozzafiato. La recitazione viene alternata alle musiche, quando non accoppiata, la voce di Roberto Bolelli arriva a cantare anche un testo poetico su una melodia provenzale, obbedendo alla tesi che vuole i rimatori siciliani del 200 musicare i propri versi.L’accostamento tra gli strumenti colti e popolari anticipa il repertorio. I testi letterari faranno spazio, infatti, a una popolarissima rappresentazione dei quartieri catanesi, la Catania dell’ infanzia di Gullotta, la sua «carusanza», quando gli operai mangiavano nelle case di ringhiera e si passavano i cibi della saporita cucina isolana; quando, ancora, si comprava in piazza «u mulune» e la vendita diveniva spettacolo di strada. L’attore, accompagnato dagli Al Qantarah, ci fa vedere i mille volti della sua Catania, si sdoppia nelle voci dei venditori, capaci di veri gramelot, e dei clienti, si moltiplica nei gesti enfatici e rotondi di una città meridionale. Lui è uno, ma il pubblico sul palco vede la folla e resta per due ore avvinghiato alla scena. Quando ritorna il registro letterario, il riferimento all’oggi si impone. Ed è amaro e vibrante via via che ci si avvicina ai tempi nostri. Così il principe di Salina di Tomasi di Lampedusa, diventa metafora degli italiani del 2003 quando dice: «Odieranno sempre chi li vorrà svegliare». La recitazione di Gullotta materializza sia il potere che tutto cambia per nulla cambiare, sia la speranza dal fiato corto dell’interlocutore piemontese Chevalley. Il finale, con i sacchi di iuta e le ceste rosso sangue, è il canto di Buttitta contro la mafia. Denuncia del disprezzo e della volgarità che uccide. Ritorno alla memoria e alla lingua materna: la poesia

Adolescenti ammalati di passionedownload (1)keith Haring

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti, 29 ottobre 2002

Abbandono all’amore e resistenze di etero e gay. A colloquio con Charmet, Vegetti F

Adolescenti ammalati di passione e ad essa refrattari, come se fosse una malattia contro la quale vaccinarsi.

L’adolescenza, età dell’incertezza, oggi sembra articolare l’eterna coniugazione dell’amore oscillando tra due polarità: l’abbandono senza rete alla passione e il rifiuto del coinvolgimento. In alcuni casi giovani e ragazzi formano coppie che si rivelano, in realtà, unioni d’amicizia e non d’amore. In altri, si scoprono individui capaci di generare una relazione fortemente viva, quasi una creatura dotata di respiro, che supera e trascina la volontà e il corpo dei partner. E per adolescenti intendiamo l’insieme che si dovrebbe intendere di norma, cioè i giovani tutti, che abbiano un orientamento eterosessuale oppure omosex. Perché omosessualità ed eterosessualità sono esiti possibili del processo di maturazione affettiva dell’adolescente e nessuna delle due, per dirla con

Paolo Rigliano, si configura come tappa scontata di un naturale sviluppo evolutivo. La passione d’amore, dunque, viene vissuta

con forti ambivalenze. Chi vi si abbandona (una minoranza, della quale, stando al nostro osservatorio, molti omosessuali fanno parte e vedremo perché), accoglie oltre alle gioie dell’amore anche i suoi patimenti. Passaggio obbligato, questo, perché non è dato di vivere le une senza gli altri, non esistendo della passione facili e superficiali paradisi. Ed ecco come si manifesta. Gli adolescenti appassionati fanno dell’oggetto d’amore un «pensiero dominante». Il corpo dell’altro viene percepito con stupore: è diverso eppure sembra la propria stessa carne. La spiritualità di ognuno comincia a sentirsi raddoppiata, come se l’anima vivesse rafforzata da una continua eco, da un gioco di sintonie e richiami. La coppia diventa un organismo autonomo, dotato di segreti

inviolabili, di significati e linguaggi interni. Un corpo unico che supera le individualità amanti e amate, le quali arrivano con fatica a definirsi tali. La coppia di passione – creatura che pensa, soffre e gode al pari di un essere vivente- ha progetti e anche sofferenze fisiche. La lontananza o la lunga attesa di un incontro possono provocare forti malinconie e irritabilità. Vive, questa coppia, all’interno di un cerchio invisibile: definisce con forza lo spazio intorno a sé, collocandosi in una preziosa separatezza fuori

dal sociale. Il cerchio invisibile protegge la casa della relazione, ove ciascuno dei due amanti si consegna all’altro accettando

mutazioni profonde della propria identità. La coppia celebra all’interno del proprio corpo sessuale, che assume le valenze

sacre di un tempio, il rito dell’eterna appartenenza, del «sarò tua/o per sempre ». Ogni incontro sessuale diviene erotica

comunione, nella quale l’uno assume il corpo divino dell’altro. La coppia non smette mai di vedere gli amanti desiderarsi

per completare la propria parzialità nell’unione con l’anima altrui ricca e misteriosa, quasi sotto la spinta del bisogno di richiudere una profonda ferita originaria (ne è un esempio il continuo attaccamento al telefonino da dove ogni momento può giungere un messaggio drittoal cuore dell’adolescente). Deve fronteggiare – è questo uno dei segreti e dei patemi – una fortissima dipendenza: se io dipendo da te perché sei la mia vera vita, il timore di perderti diventa emozione che può soverchiarmi, angoscia di morte. Ma

altrettanto catastrofica può diventare la sensazione di perdermi del tutto in te, legata al forte senso di fusione. Arduo il

compito di tenerle a bada. Soprattutto per gli adolescenti che sono, ciascuno, alla ricerca della propria fisionomia, del proprio corpo, del proprio modo speciale di essere. Le gioie: indescrivibili le emozioni, l’energia, il vissuto di un’armonia ritrovata. I patimenti: il timore della perdita di sé; il terrore della separazione lacerante che può decretare la morte della coppia e lo smarrimento esistenziale. Dopo, infatti, i due individui non saranno più come prima. Altro lo scenario quando alla passione si oppone resistenza. Sugli adolescenti timorosi si è dilungato giovedì scorso a Milano, alla Casa della Cultura, Gustavo Pietropolli Charmet, affrontando il tema dell’amore, delle sue gioie e dei suoi mali, all’interno di un ciclo di seminari organizzato dalla professoressa Silvia Vegetti Finzi, presente all’incontro. Gli adolescenti timorosi , intrecciano legami molto meno serrati, per loro il gruppo dei coetanei, spesso gruppo di coppie, è una scena sociale di grande rilevanza. Il rapporto con se stessi diventa di importanza primaria, mentre al partner non si chiede granché, se non di essere un amico o un’amica con cui vivere esperienze sessuali possibili, ma forse di ridotta portata formativa e trasformativa. Esperienze sessuali che seguono di pochi giorni l’aver fatto conoscenza e dai quali si crede che possa nascere l’amore. C’è quasi l’idea che il sentimento si accenda seguendo un percorso che dall’esterno va verso l’interno. Si crede che il semplice contatto tra i corpi dia il via al miracolo del sentirsi uniti. Miracolo che, con queste premesse, è destinato a farsi attendere, perché l’incontro carnale in questi casi sembra, più che una relazione, una masturbazione a due. Dove, in più, il maschio, si trova a sperimentare una sessualità impastata con l’aggressività. Insomma, nei giovani guardinghi rispetto alla passione è «come se l’amore fosse un derivato della sessualità», dice Charmet. In questo contesto, dunque, l’individuo ha molta importanza, il gruppo anche, la coppia, invece, molto meno. Alla coppia infatti si dedica il tempo che resta. Persino nei discorsi diventa poco visibile. «Parlando con i partner a volte sembra che neanche stiano insieme», aggiunge Charmet.

Le ragazze si sono emancipate dall’obbligo di custodire il rapporto e liberano il desiderio di dare a se stesse molta attenzione. I ragazzi, dal canto loro, sembrano incapaci di separarsi dal «meraviglioso bambino» che sono stati, dal tripudio di attenzioni con cui sono stati accolti dalla madre. Complice l’assenza – di qui anche la difficoltà della separazione – di figure paterne adulte, di padri che non evadano il compito di dare le giuste frustrazioni, i limiti all’egocentrismo, che non educhino al gioco delle regole.

Il gruppo dei coetanei e il gruppo delle coppie, che si orientano prevalentemente secondo forme di aggregazione maschile, diventano allora il miglior vaccino contro la virulenza della passione e delle sue tentazioni. Sono gruppi in cui l’unicità dell’individuo si occulta, gruppi che non valorizzano la diversità, ma tendono invece a creare incontri tra omogenei. Adolescenti timorosi e appassionati, messi a confronto, ci segnalano, infine, alcune caratteristiche della passione: la paura della perdita e dell’abbandono – molto presente negli adolescenti gay e nelle lesbiche, secondo Charmet. Ancora, la separatezza della coppia e il bisogno di completarci con l’altro custode di un mistero per noi vitale e a noi altrimenti inaccessibile. Caratteristiche, anche queste, non rare nelle coppie omosessuali. Vediamo perché.«Il senso e il bisogno della segretezza

favoriscono il distacco dal gruppo che tende invece ad omogeneizzare», dice Silvia Vegetti Finzi. Paradossalmente la discriminazione sociale che obbliga gay e lesbiche a relazioni spesso segrete o comunque tutelate offre un’opportunità: oggi protegge la coppia dal gruppo che ha la funzione di «vaccinare» contro la passione. Non è tutto, la trasgressione è un forte catalizzatore di passionalità e, poi, «l’assenza di ruoli precisi stimola la ricerca dell’espressione di sé», stimola la creatività e alimenta il desiderio di ciò di cui ci sentiamo privi, cioè di un compagno o una compagna non scontati, inediti. Si desidera, infatti, ciò che non si ha. Eppure, e anche qui il nostro osservatorio ci viene in aiuto, nell’omosessualità il senso dell’irriducibilità dell’altro viene in qualche modo temperato, nelle relazioni stabili, dal gioco tra la diversità e l’affinità, da un senso di familiarità che si trova

tra due persone innamorate di un altro da sé che è, contemporaneamente, una variante misteriosa di se stessi. Di passione, concludiamo, che sia temuta ho ricercata, ci sembra che ci sia un grandissimo bisogno, proporzionale all’ assetto di una cultura, la nostra, che sembra averne smarrito senso e valore, che appare sorda al suo potente richiamo e impaludata nell’inadeguatezza. Ed è proprio per questo che parlandone, analizzando l’adolescenza come età di ambivalenza rispetto alla passione e luogo di crisi

di identità, sorge spontanea una domanda: ma c’è proprio tanta differenza tra gli adulti e gli adolescenti? O non siamo forse, oggi, tutti primi attori dell’ età dell’incertezza?

Quel bacio mi lasciò a bocca aperta

delia vaccarello, l’Unità, liberi tutti 26 novembre 2002

Dopo le polemiche sulle effusioni saffiche in tivù alunni e prof dibattono e ci scrivono

Non credo che esista

il crimine dell’amorebaciole Tatu al festivalbar 2002

Claudio

Mi presento: sono Claudio e ho 17 anni,mi sono sempre ritenuto un adolescente come tanti, con i suoi pregi e difetti, e con le sue

idee. Non riesco a comprendere tutta la discriminazione che c’è intorno alle persone omosessuali. Non capisco come si possa discriminare qualcuno per aver deciso unicamente di amare. Forse sono un idealista e un ingenuo ma ho sempre creduto di poter fare tutto quello che volevo della mia vita, senza che nessuno potesse dire nulla e pensavo che valesse per tutti. Ma purtroppo

non è così. So che la nostra società, come oltre tutto è successo anche in passato, isola tutto ciò che a suo dire è «diverso», forse per paura, per ignoranza delle cose che non si conoscono, e che inevitabilmente inculca questi preconcetti in ognuno di noi.

Ma quello che veramente non comprendo è che malgrado tante persone con la loro vita abbiano cercato di cambiare le cose, illoro sacrificio sembra non interessare le persone; il disinteresse lo rende inutile. L’abitudine di criticare le cose e di isolare quelle che «non vanno» è ancora molto presente nelle generazioni che mi precedono, ma quello che più mi delude è che anche all’interno della mia generazione, che pensavo molto emancipata e liberale, c’è ancora una mentalità ristrettissima e rinchiusa in frasi fatte

e linee di pensiero a «senso unico» e a volte razziste. Mi fa male constatare che c’è una totale mancanza di rispetto non solo a livello umano, ma anche morale, nei confronti dei gay. Molte volte le persone si dimenticano che siamo tutti esseri umani, con sentimenti ed emozioni, con lo stesso diritto di essere felici e di amare. Non è giusto che molte volte alcuni debbano nascondersi

per non essere insultati. E poi dovremmo sempre ricordarci che subire dei torti non è mai piaciuto a nessuno, e ognuno di noi prima di emettere una qualunque «sentenza» dovrebbe almeno farsi un esame di coscienza e chiedersi se amare è un crimine per cui simpuò essere «discriminati».

A volte penso che

siamo trogloditi

Dal tema di Marika

Se una coppia etero vuole adottare un bambino dovrà solamente compilare qualche scartoffia e aspettare che le

azioni legali abbiano fine e poi potranno finalmente avere quello che hanno tanto desiderato. Una coppia omo non ha questi privilegi: è condannata a vivere la propria sessualità e quindi anche la propria vita rinchiusa in una casa vuota, perché qualcuno dice che una coppia omo è inadatta all’educazione di un bambino, perché potrebbe dargli squilibri psichici. Penso che finché queste persone non avranno la possibilità di dimostrare il contrario la società rimarrà ignorante e barbara. Quello che

mi chiedo è che cosa sia cambiato dai tempi dell’antica Grecia quando l’omosessualità era una cosa normale. A volte penso che siamo rimasti uomini, ma forse, al posto di evolverci anche mentalmente, siamo stati capaci solo di evolvere le macchine e noi siamo regrediti a una mentalità troglodita e penso che questa sia un’offesa per i trogloditi!!!

Forse vi sembriamo

intolleranti...

Cruz and Bree

Ciao Delia! Siamo due ragazze di 17 anni, frequentiamo la stessa classe e usciamo nella stessa compagnia. Normalmente, qualsiasi sia l’argomento trattato, abbiamo idee divergenti, ma riguardo il dibattito in classe sull’intolleranza verso gli omosessuali ci siamo

trovate di comune accordo. Forse sembreremo troppo intolleranti, ma secondo noi gli omosessuali hanno, sì, il diritto di esserlo, con la clausola di dimostrarsi il proprio affetto in privato o in locali appositi. Pensiamo che non sia corretto, nei confronti dei bambini, mostrare atteggiamenti equivoci in pubblico con conseguente confusione mentale: risulterebbe difficile giustificare determinati comportamenti (baci, effusioni, ecc…) a un bimbo che cerca in continuazione il perché di ogni cosa. Per questo motivo consideriamo l’affidamento di bambini, che necessitano di una famiglia vera (padre/madre) a coppie omosessuali.

Quel bacio mi lasciò

a bocca aperta

Dal saggio breve di Marco

Funziona così: se sei omosessuale sei diverso, anormale, e la collettività si concede il permesso di giudicarti come un marziano e di toglierti i diritti perché non te li meriti. Viviamo di questi stereotipi: ormai i singoli casi danno vita a una regola alla quale una marmaglia di caproni si adegua (in assenza di un perché) aderendovi come una calza aderisce perfettamente al nostro piede.

A me però è successa una cosa particolare: a 17 anni mi bussa alla porta la possibilità di sviscerare questo problema

fino in fondo. L’opportunità viene dal bacio delle Tatu mandato in tivù e dal dibattito che facciamo a scuola. Dopo mi sono documentato: ma quale società avanzata, siamo tutti ottusi! Come ha scritto Silvia Vegetti Finzi sull’ Unità, la scena può rivelarsi un impulso a trattare l’argomento con i genitori. Non nego che la scena mi abbia fatto pensare, non nego di essere rimasto a bocca aperta. Ma mi ha stupito solo per un motivo: non siamo abituati, non mi era mai capitato fino ad ora. In ogni caso, mi sorge spontanea una domanda: dov’è tutta questa indecenza? Dicevo: mi sono documentato. Ho capitoche c’è una falsa idea di convivenza civile possibile solo tra persone omologate. E ho capito che il Gay Pride non è tanto l’occasione per dichiarare di essere omosessuali, ma per rimarcare l’orgoglio di essere cittadini.

Dobbiamo fare tutti

ancora tanta strada

Tata

Cara Delia, della discussione che abbiamo avuto in classe io sono stata la moderatrice. Devo dire che, sinceramente, mi aspettavo una quasi assoluta intolleranza nei confronti degli omosessuali dalla maggior parte dei miei compagni, ma non avrei pensato che addirittura alcuni di loro soffrissero di un odio profondo. Non tutti, certo. L’aria che si respirava all’inizio era molto tesa. Prevalevano le sentenze di negazione e le opinioni favorevoli venivano immediatamente represse. Certi ragazzi sono arrivati ad accettare la situazione come se fosse imposta, altri si sono detti favorevoli purchè nulla venga fatto alla luce del sole. Secondo me molti di noi sono ancora legati alla «normalità eterosessuale » e quindi qualsiasi altra forma di sessualità viene condannata e ai nostri sguardi diventa indecente. Per quanto mi riguarda non ho nulla contro la «diversità » perché ho imparato a conoscerla

un amico intimo «dell’altra sponda»! E’ stato difficile inizialmente, ma in fondo bisogna accettare una persona per le sue tendenze sessuali o per il piacere che si prova stando con lei? Credo che anche i più conservatori debbano aprirsi a ciò che non conoscono,

senza evitarlo, e non devono giudicare in modo affrettato fingendo di sapere di più di quello che in realtà sanno. Devono aprire la mente a orizzonti più vasti. A casa, poi, ne ho parlato con mia madre e lei è rimasta compiaciuta di avermi trovato disponibile alla comprensione dell’«ignoto». Secondo me, però, c’è ancora tanta strada da fare, sia per noi che per gli omosessuali, per arrivare alla vera comprensione e accettazione (P.s. Peace an Love)

I gay sono irruenti

per i tradizionalisti

Marco e Michele

Ciao «Un, due, tre, liberi tutti». Siamo due compagni di quarta superiore di un istituto tecnico della provincia di Milano. Qualche settimana fa abbiamo affrontato un dibattito in classe sull’intolleranza, concentrando subito l’attenzione sull’omosessualità. Tralasciando l’inflessibilità di qualche compagno troppo rigido nel sostenere le proprie idee, ormai obsolete, ci siamo trovati abbastanza concordi nella «sopportazione »: è un termine brutto ma azzeccato, visto che accettiamo l’omosessualità come forma di libertà di espressione delle proprie idee, emozioni e sentimenti, ma non possiamo dire che vedere due persone scambiarsi effusioni

amorose omosessuali non ci lasci quanto meno un po’ turbati, nonostante viviamo ormai in una società cosmopolita, basata sull’integrazione. In realtà quello che vogliamo dire è che ci danno fastidio gli eccessi: rimaniamo indifferenti a una coppia che passeggia mano nella mano per strada (e cioè vive l’omosessualità con naturalezza e tranquillità) mentre non tolleriamo le manifestazioni esagerate ed eccentriche fatte apposta per provocare, in quanto ci sembra un atto inutile e controproducente:

infatti tali «parate» oltre a provocare portano alla catalogazione della omosessualità come qualcosa di anomalo, esagerato e troppo «irruento» per un occhio ancora legato alla tradizione. In conclusione crediamo che gli omosessuali dovrebbero cercare di essere

accettati passo passo, e non voler ottenere tutto subito, rischiando di perdere anche il poco che sono riusciti a strappare con fatica.

Il malessere dentro

molti «normali»

dal saggio breve di Michele

Ciò che oggi viene definito «normale» ha un valore relativo. Vorrei porre l’accento sulla conflittualità che diventa la maggiore responsabile di eventuali squilibri psichici qualora l’individuo non viva la diversità in modo affermativo e tenda a nascondere le proprie tendenze e a sentirsi colpevole. Su questa base, il criterio più attendibile per stabilire la normalità è, secondo lo psicoanalista inglese E.Janes, l’«assenza di timori». Al fondo di molte situazioni apparentemente «normali» esiste un profondo malessere psichico causato dalla necessità di reprimere fin dall’infanzia i propri impulsi naturali a volte senza riuscire a risvegliarli più. La definizione di normalità dunque non è assoluta. Noi giovani ci troviamo in un periodo storico di estrema transizione e si creano così delle situazione di grossa incertezza. Io fino a poco tempo fa non avevo mai riflettuto sul vero significato della normalità e spesso mi ritrovavo ad assumere atteggiamenti di vera e propria intolleranza. Un atteggiamento «giustificato» dal fatto

che mi trovo in una società spaccata in due: per alcuni la normalità è un concetto legato a delle verità assolute, per altri è qualcosa di relativo. Era ovvio per me scegliere la strada più facile, quella che imponeva certi modi di vivere e ne vietava altri. Grazie a un’analisi più approfondita, iniziata dopo il dibattito in classe, mi sono reso conto che sbagliavo, sebbene questo mi porterà ad una rivalutazione generale di idee che fino ad adesso mi sono sembrate chiare.

Corsivo

Una lezione dagli studenti

Elogio della comunicazione. «Liberi tutti», che nasce per incrinare i pregiudizi, questa volta ha l’occasione di sfatarne uno parecchio diffuso: quello che vede gli adolescenti disinteressati, chiusi in riti di gruppo e giochi tecnologici, omologati, gregari e resistenti alla partecipazione. A darci una lezione una classe di ragazzi di diciassette anni e la loro insegnante. Pubblichiamo in questo numero, infatti, le lettere e le riflessioni degli alunni di una scuola della provincia di Milano che a partire dall’articolo da noi pubblicato sul bacio saffico delle cantanti Tatu ha iniziato a interrogarsi su un tema non troppo affrontato. «Che cosa

significa essere normali e che cosa essere diversi?», si sono chiesti i ragazzi. «I miei alunni hanno proposto un dibattito sull’intolleranza. Ho accettato subito e immediatamente la moderatrice ha spostato l’attenzione sul bacio delle Tatu», così scriveva la loro professoressa di italiano inviandoci una lettera nella quale segnalava come il dibattito in classe avesse mutato gli alunni che, partendo alcuni da posizioni di dileggio, si erano trovati al termine del confronto più riflessivi. Non è tutto, vedendo la lettera della professoressa pubblicata sul giornale, gli alunni si sono sentiti protagonisti di un confronto che travalicava le pareti della

classe e, dopo essersi documentati, hanno fatto della riflessione sui concetti di normalità e diversità l’oggetto

di lettere, di brevi saggi e temi inviati a «Liberi tutti». Alcuni di loro, com’è naturale, si sono detti trasformati dal confronto: «A 17 anni mi bussa alla porta la possibilità di sviscerare questo problema fino in fondo», scrive Marco. In più, i ragazzi, sentendosi

tra i destinatari dell’informazione e incoraggiati dalla loro insegnante, si sono giustamente considerati protagonisti e hanno continuato a seguire il giornale intervenendo. Hanno inviato, infatti, lettere sul tema della passione tra gli adolescenti. Tema affrontato da «Liberi tutti» in una puntata successiva a quella del bacio secondo lo stile della rubrica che, non volendo discriminare, ha parlato degli adolescenti tutti e, dunque, sia di coloro che scoprono l’amore in una relazione etero, sia di quanti – esperienza non rara nell’«età dell’incertezza» – provano attrazione per persone del loro stesso sesso. Contributi preziosissimi di cui faremo tesoro in un altro numero. Da questa esperienza abbiamo tratto alcune conclusioni. L’articolo da noi pubblicato interrogava alcuni esperti sull’opportunità di trasmettere in tivù il bacio saffico di due giovani cantanti. Chi si dichiarava a favore sosteneva che quell’ immagine avrebbe offerto uno spunto di discussione tra ragazzi e adulti, occasione che altrimenti sarebbe

stata mancata. I detrattori dicevano che trasmettere quell’immagine significava fare proselitismo gay. Grazie ai ragazzi dell’istituto superiore della provincia di Milano possiamo dare una risposta più certa. Per loro è stato importantissimo parlarne e per il fatto di aver visto il bacio in tivù e di farne oggetto di riflessione nessuno di loro è diventato all’improvviso omosessuale.C’è stato infatti chi ha mantenuto inalterate le proprie convinzioni e chi ha prediletto posizioni di riflessione e di apertura. Per educare, dunque, si conferma di fondamentale importanza alimentare lo spirito di critica e di osservazione, piuttosto che censurare. Infine, un’altra è, ancora, la conquista: ci pare che basti dare ascolto ai ragazzi per farli sentire partecipi del mondo che li circonda e che, quando questo avviene, in loro si espanda a dismisura l’entusiasmo di esserci, la voglia di capirsi e di capire che sgretola

tentazioni individualiste. Necessità vitale questa, vero nutrimento di ogni convivenza civile.

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